Vertigini: tutta colpa dei “sassolini”

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Dai 40 anni in su, la vertigine posturale parossistica benigna (Vppb) è molto comune. Ed espone l’anziano (fragile) al rischio di cadute, con ripercussioni sulla salute ben più gravi del capogiro

Per il suo carattere di imprevedibilità e violenza la vertigine posizionale parossistica, benché episodica e ad evoluzione benigna, spaventa chi ne è colpito. E non va sottovalutata, potendo questa particolare sintomatologia compromettere l’incolumità per il rischio di cadute.

Fu descritta già negli anni Venti del secolo scorso dall’otologo, Robert Barany, Nobel per la Medicina 1921, ma il suo impatto statistico-epidemiologico è stato esaltato solo negli ultimi tre decenni. E ciò grazie all’individuazione dei meccanismi che la determinano e alla definizione delle manovre diagnostiche e terapeutiche per la sua risoluzione, come spiega Pietro Augusto Casani, docente di Otorinolaringoiatria e responsabile dell’ambulatorio di Vestibologia, presso l’A-zienda ospedaliero-universitaria di Pisa.

Con il termine “vertigine” in  genere ci riferiamo alle sensazioni più varie, dallo sbandamento allo stordimento. Professor Casani, come e quando si manifesta l’attacco di  (vera) vertigine?

Sulla scia degli autori anglosassoni, oggi si distingue tra vertigo (vertigine vera o rotatoria) e dizziness (vertigine aspecifica, senza rotazione). Una differenza non  solo semantica, ma clinica. Infatti, la problematica rotatoria è caratteristica della vertigine – dall’etimo latino vertere (ruotare) – posizionale parossistica benigna. Si tratta di una sensazione illusoria di movimento del proprio corpo che gira rispetto all’ambiente circostante o viceversa, mentre in realtà tutto è immobile. Indotta da alcuni movimenti del capo (alzarsi, sdraiarsi o girarsi nel letto, chinarsi a terra o guardare in alto), dura una manciata di secondi. A volte è associata a nausea, vomito o sudorazione.

di Paola Stefanucci

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