Un modo per crescere: i fondi dell’Unione

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Mentre i movimenti euroscettici sembrano nutrirsi del voto di chi ha avuto i maggiori benefici dall’Europa, i fondi dell’Ue continuano a far crescere il Vecchio Continente

Quanto è importante essere parte dell’Unione Europea, e a cosa porta concretamente la politica di coesione fra i paesi membri? In vista delle elezioni che rinnovano il Parlamento Europeo, 50&Più ha rivolto queste domande a Daniel Spizzo, esperto in europrogettazione e docente  in Project Management presso il Dipartimento di Politiche e Scienze sociali dell’Università di Trieste. «Qualsiasi discorso sull’Europa non può limitarsi ai confini dell’attuale Ue – dice Spizzo -. Oltre ai 27 che vi faranno parte dopo Brexit, anche se al momento è tutto sospeso con la proroga al 31 ottobre, dobbiamo considerare le altre 19 nazioni che compongono il Consiglio d’Europa. Oggi pertanto siamo 47 Stati, inclusi Russia e Turchia».

Cosa rappresentava in passato l’Europa delle nazioni?

Una certa idea di Europa liberaldemocratica e sovranazionale ha cominciato a cristallizzarsi intorno ad un sogno comune dal 1945, con l’idea della Comunità Economica Europea, poi istituita nel 1957 coi Trattati di Roma. Con il crollo del Muro di Berlino, dal 1989 e fino alla crisi del 2008, l’Europa delle Nazioni liberaldemocratiche si apre a Est, con la speranza di potenziare anche l’Unione politica con i nuovi Stati ex sovietici. La crisi del 2008 ha rimescolato le carte in tavola. Da quel momento in poi l’idea di un’Europa delle nazioni neoliberali entra in uno stato confusionale, nel quale continuiamo a vivere ancora oggi.

Cosa rappresenta la politica di coesione dell’Unione Europea?

La politica di coesione, sin dal suo effettivo lancio nel 1988, ha avuto lo scopo di ridurre il divario esistente tra le regioni più ricche e quelle più povere. In pratica serviva a contrastare le disuguaglianze. Oggi l’impatto avuto da questa politica si presta a letture molto divergenti: i report sulla coesione della Commissione Europea sembrano dimostrare che, soprattutto nei Paesi e nelle regioni dell’Est, l’impatto è stato notevole in termini di sviluppo di nuove infrastrutture, servizi, creazione di posti di lavoro; d’altro canto, per le regioni più arretrate dei Paesi del Sud Europa, Italia inclusa, sembra fondamentale continuare con tale impegno di spesa per non lasciarle in una condizione di difficoltà.

Il paradosso è che, secondo alcune delle analisi dei dati elettorali più accreditate, i bacini di voto dei nuovi movimenti e partiti euroscettici, populisti o sovranisti sembrano nutrirsi del voto di un elettorato che proviene proprio dalle regioni in cui maggiormente sono spesi i fondi di coesione. In tal caso ci piace proprio parlare di un cortocircuito di policy che si ripercuote sulla tenuta dei nostri sistemi democratici, anche di quello europeo.

Quali saranno le novità del prossimo periodo di programmazione 2021-2027, rispetto a quello in corso?

I fondi che spendiamo per le politiche di coesione non sono pochi: per il periodo 2014-2020 sono stati impegnati 352 miliardi di euro, pari a circa un terzo del bilancio Ue. Per il 2021-2027, nella bozza di budget, la Commissione ha promesso di mantenere la stessa quota in termini percentuali, che si aggira sui 330 miliardi. Gli strumenti usati dalla politica regionale e di coesione sono i Fondi Strutturali di Investimento Europei (Sie), che operano per potenziare la dotazione infrastrutturale, l’innovazione nelle imprese, la ricerca e lo sviluppo tecnologico, la competitività aziendale; per creare posti di lavoro o favorire la cooperazione tra regioni di confine. Ne fanno parte il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (Fesr), il Fondo Sociale Europeo (Fse), il Fondo di Coesione (Ecf) e il Fondo Europeo per lo sviluppo agricolo (Feasr). Le novità per il prossimo periodo di programmazione non rivoluzionano il quadro, ma ci saranno piccole rifocalizzazioni di interventi che spostano parte dei finanziamenti, dedicati in passato alle regioni più povere dell’Est, su quelle del Sud come Grecia e Italia. Si parla dunque di un lieve aumento dei fondi a favore del nostro Paese, oggi stimato attorno al 6%. Ma si tratta di proposte che devono essere ancora approvate dagli Stati Membri.

 

di Ilaria Romano

(L’articolo completo è pubblicato su 50&Più del mese di Maggio  2019)

 

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