Un caffè contro gli stereotipi

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…piccoli nuclei armati di parole contro la violenza di chi ci vorrebbe silenti

Si chiama “Senior cafe” ed è, innanzitutto, un caffè, cioè un luogo dove ci si incontra e si beve qualcosa insieme, e si mangiucchia.

Però è anche un team di lavoro e anche un circolo di autocoscienza, e anche un gruppo di auto-aiuto, come gli alcoolisti anonimi. Al “Senior Cafe” la frequenza è consentita soltanto alle donne, e soltanto se hanno compiuto i fatidici 60 anni.

Ma nulla ostacolerebbe un analogo caffè solo maschile, se i maschi volessero.

Il fatto è che… non credo che vogliano.

Perché al “Senior Cafe” si discute del fatto di essere, per l’appunto, “seniors”. Giovani vecchi, anche vecchi-vecchi se hanno ancora voglia di pensare insieme, però, certo, gente che ha campato sessant’anni e più (mi dispiace per il titolo di questa rivista, ma a 50 ormai tutti si sentono ragazzini). Il tema è, infatti, proprio il tempo che passa. Non che sia un problema in sé: crescere, maturare e invecchiare è naturale. Prima hai poco passato e molto futuro, poi hai la stessa quantità di passato e di futuro (l’inesorabile “mezz’età”, la più brutta se volete sapere come la penso), e dopo ancora, hai parecchio passato, tanto che a ricordarlo tutto fai fatica, e poco futuro. Sono dati obbiettivi. Quello di cui si discute al “Senior Cafe” è il rapporto che abbiamo noi, noi senior, con la quantità deprimentissima di stereotipi che ci vorrebbero tristi e lamentosi, lenti e spaventati, egoisti e rancorosi.

Si discute di come viene percepita l’età avanzata da una società afflitta da modelli consumistici e giovanilisti.

Come ci sentiamo dentro e come veniamo visti da fuori.

di Lidia Ravera

 

(L’articolo completo è pubblicato su 50&Più del mese di Luglio /Agosto  2018)

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