Tessere e speranze dopo il terremoto

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Rinasce in Abruzzo l’arte della tessitura d’alta montagna. Un passaggio di testimone tra le nonne di Campotosto e una donna che ha lasciato l’archeologia per i filati.

«Abbiamo dato filo da torcere al terremoto». Si presenta così, Assunta Perilli, erede della storica tradizione di tessitura d’Abruzzo. La incontriamo a L’Aquila, a quasi 10 anni di distanza dal sisma che ha ucciso 309 persone e distrutto uno dei centri storici più grandi d’Italia. Lei è di Campotosto, dove vive e lavora. Un centro della provincia in cui, dice, «ho subìto quattro terremoti: quello aquilano del 6 aprile 2009, quello di Amatrice del 24 agosto 2016, il successivo del 30 ottobre e a gennaio 2017, quando tutto il paese è venuto giù. Siamo sull’altro versante della montagna dove è avvenuta la tragedia di Rigopiano: il 95% delle case è inagibile».

Ciononostante, non si è data per vinta e anzi ha proseguito con fierezza il lavoro di tessitura iniziato nel 2000. «Da allora faccio tessitura a mano, dopo aver scoperto casualmente in cantina il telaio di mia nonna, che all’epoca era da poco scomparsa». Un’attività, la sua, iniziata mettendosi alle spalle quella precedente perché è stata archeologa presso la Soprintendenza e ha lavorato agli scavi di Fossa, un’importante necropoli in provincia de L’Aquila. Un mestiere il cui bagaglio porta oggi con sé nel laboratorio di tessitura perché «l’amore per la ricerca non è mai finito e, in questi anni, ho fatto un grande lavoro di catalogazione di tessuti di alta montagna col sogno di creare un museo dedicato a questa antica tradizione». E se i sogni talvolta si scontrano con la realtà – a seguito del terremoto ha adibito il laboratorio di tessitura a dormitorio per gli anziani sfollati -, la tenacia ripaga di ogni sacrificio: oggi la sua tessitura è considerata anche fuori dai confini nazionali e persino il principe Carlo d’Inghilterra, in visita in Abruzzo, ha apprezzato il kilt di lana d’alta montagna tessuto da Assunta.

«Devo tutto alle nonne del paese – ci confida -. Erano scettiche, si chiedevano perché mai fossi interessata a un mestiere così umile. Erano certe che dopo poco mi sarei scocciata». Invece Assunta è ostinata e quelle donne – alla soglia dei cento anni – si sono presto ricredute: «La stizza – dice – si è trasformata in stima. Mi hanno insegnato oltre che a caricare un telaio della tradizione, a trasformare la lana di pecora in filato o a produrre dalla pianta del lino – Campotosto è zona di produzione, mentre tutto intorno è canapa – un filo da tessere. In pratica, mi hanno regalato un mestiere». Un mestiere non semplice da coltivare viste le scosse che hanno messo in ginocchio, ripetutamente, quella parte d’Abruzzo. «Ricominciare a tessere mi ha permesso di ripartire. Dopo i primi mesi da sfollata, il mio pensiero è stato proprio ricominciare da ciò che sapevo fare. Mi ha aiutata il turismo solidale e curioso della gente che veniva ad acquistare da noi produttori locali.

di Carlotta Poselli

(L’articolo completo è pubblicato su 50&Più del mese di Gennaio  2018)

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