Rincorrere la giovinezza non serve, il tempo ci porta un indiscutibile vantaggio : l’intelligenza

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L’ex modella, oggi 75enne, è stata la prima italiana in copertina su Vogue. Da sempre attiva contro gli stereotipi, ha detto “no” a quelli sull’età: «Il problema non sono le rughe, ma se voglio rimanere autentica o trasformarmi in ciò che la società vuole che io sia»

Sguardo fiero, viso non convenzionale, occhi neri: grandi e allungati. È quel fascino mediterraneo che negli anni Sessanta strega gli Stati Uniti. L’emblema, una modella la cui bellezza fa il giro del mondo. Si tratta di Benedetta Barzini, classe 1943, nipote e figlia di due fari del giornalismo: Luigi Barzini senior e Luigi Barzini junior. Icona assoluta di stile, è stata regina della New York warholiana. La prima italiana a comparire sulla copertina di Vogue che è il 1965.

Benedetta Barzini è stata ritratta da fotografi del calibro di Irving Penn e Richard Avedon, ma il suo esordio sembra sia avvenuto in modo del tutto casuale con Consuelo O’Connor Crespi, di Vogue Italia, che vedendola per le strade di Roma, l’ha fotografata mostrando gli scatti alla direttrice del periodico americano, Diana Vreeland.

Che ha significato crescere in una famiglia come la sua?

Non hai nessun merito per come nasci. Hai invece molto merito per ciò che fai di te. Io non so proprio cosa voglia dire famiglia. Sono stata allevata da delle tate. I miei genitori erano separati e mia madre viveva nei suoi appartamenti. Da adulta, mi sarebbe piaciuto costruire un rapporto duraturo, ma non ci sono riuscita. Ho avuto quattro figli, però, e fatto del mio meglio per tirarli su.

Che tipo di mamma è stata?

Una volta che non ci sarò più, i miei figli troveranno anche qualcosa di positivo. Oggi ancora mi rimproverano che talvolta, all’uscita di scuola, non c’ero: ero fuori per lavoro.

A 75 anni, ha sensi di colpa?

No, affatto. Anzi, invecchiando, ho imparato ad analizzare gli eventi, cosa che da giovane non ero in grado di fare. Mi limitavo a stare alla finestra. Un’osservatrice che guardava per farsi un’idea solo dopo. Fin da ragazzina sono stata silenziosa, attenta.

Con la maturità, qualcosa è cambiato?

Più passa il tempo e più diventi selettiva. Sono diventata intelligente a cinquant’anni, quando mi sono sentita pronta a valutare il comportamento degli altri, magari quelli che ho conosciuto a venti e che oggi sono profondamente differenti da ciò che praticavano, pensavano o speravano da giovani.

Invecchiare che significa?

Concedersi quel lasso di tempo utile a capire il mondo in cui siamo grazie a una rinnovata intelligenza (il mondo in cui è stata immersa fin da ragazzina è stato quello dei cognomi altisonanti dell’imprenditoria milanese, della finanza, della cultura. Lo stesso da cui si affranca giovanissima, smarcandosi da casa e gettando le basi di una vita adulta in cui sarà modella, docente, giornalista e attrice, n.d.r.).

In quale settore si è sentita più a suo agio?

In nessuno. La mia vita non mi ha permesso di studiare e di approfondire un sapere. Non ho delle radici e perciò mi sento sempre approssimativa.

Eppure, a Urbino, ha insegnato anche all’università…

L’insegnamento, costringendomi a studiare, mi è stato d’aiuto. Sono un’autodidatta. Mi sono messa sotto: ho studiato antropologia, sociologia, economia politica ma, a fine lezione, cercavo sempre e comunque di capire se i miei studenti fossero soddisfatti. Non mi interessava tanto insegnare la Storia della moda – non me ne importava niente di raccontare come si vestissero gli Assiro Babilonesi – quanto di capire il significato dell’abito nelle diverse epoche.

Cos’è la moda oggi?

Uno strumento per fare soldi e non stupisce che i marchi italiani finiscano in mani straniere, perché non sono alla stregua di quelli inglesi e francesi. Non è un giudizio di merito – l’Italia ha un grandissimo talento manifatturiero – ma non abbiamo una tradizione né una cultura dell’abito. Parigi e Londra ce l’hanno ed è profondissima. Da noi la moda è un’invenzione troppo recente.

Più in generale, la moda cosa rappresenta?

Un inganno dettato dall’industria tessile e dell’abbigliamento il cui effetto è che vestiamo tutti allo stesso modo. Chi l’ha detto che si debba cambiare colori e foggia ogni sei mesi?

A vent’anni come ci si sente sulla copertina di Vogue?

La moda è arrivata per caso e io mi sono limitata a recitare una parte. Non mi sono mai occupata di me e anche quando facevo la modella, non mi sono mai considerata diversa dalla vicina di casa. Se prendi qualsiasi persona, le metti ciglia finte, il toupée, un trucco stratosferico, un vestito pazzesco e la fai ritrarre da un fotografo bravissimo, diventa un’icona.

Cosa deve a quel successo?

Un insegnamento: l’essere professionale, il saper rispettare gli impegni. Mi ha aiutata il non aver fatto soldi con la moda.

Si sentiva bella?

Non consideravo me bella – anzi non me ne interessava proprio niente -; piuttosto mi ritenevo una capace di muoversi con quegli abiti. Ero dentro un inganno, una finzione e mi ripetevo: «Benedetta, ricordati che qua dentro sei mascherata e che comunque hai calzini sporchi». La modella è un mestiere nel quale non devi fare niente. Se vuoi fare il calciatore, ti alleni; se punti a suonare il piano, ti eserciti. Fare la modella non richiede fatica.

E nella vita è stato tutto così automatico?

La vita è un altro discorso. Lì è un po’ come quando lavori con la farina: prima tenti, poi applichi scrupolosamente le ricette e infine, solo grazie all’esperienza, manipoli il tutto in autonomia (la stessa autonomia che ha fatto di una donna come Benedetta Barzini una bandiera del femminismo, n.d.r.).

Lei ha detto: «Finché le donne non si sveglieranno, non cambierà nulla». Cosa intende?

Le donne sono sempre pronte a raccattare il latte versato dagli uomini senza accorgersi poi che educano i figli a diventare degli antagonisti. E se nella moda la donna è una preda e il fotografo è il cacciatore, nella vita si deve avere l’intelligenza di considerare gli effetti delle proprie scelte.

Un esempio concreto?

Anche nei negozi di giocattoli c’è una discrepanza di genere: bamboline di qua e sputnik di là. E a un maschietto si continua a dire: piangi come una femminuccia. Viviamo immersi in una realtà che divide i maschi dalle femmine in tutto e per tutto; nella moda si è rincorsa la via del cosiddetto genderless style: un genere solo apparentemente neutro che in realtà veste le donne da uomini.

 

 

intervista di Giada Valdannini

 

 

(L’articolo completo è pubblicato su 50&Più del mese di Gennaio  2018)

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