Per i Matia Bazar, dopo 44 anni, è di nuovo primavera

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Fabio Perversi è il nuovo leader della band di Vacanze romane e Laura Dragonieri la nuova voce solista. Sono pronti a ripercorrerne le orme gloriose. E ad andare oltre sulla stessa strada.

Sono lunghi per tutti 44 anni. Per un gruppo pop sono un’enormità. Mantenere la propria identità in un universo come quello della musica giovanile, investito da ondate di cambiamento e mode effimere che sisusseguono ogni tre-quattro mesi, è quasi impossibile. Serve una consapevolezza e una certezza totali delle proprie scelte. I Matia Bazar sono cambiati dal lontano 1975, quando Piero Cassano, Giancarlo Golzi, Carlo Marrale, Aldo Stellita e Antonella Ruggiero si misero insieme in quel di Genova, raggiungendo il successo già con il primo singolo Stasera… che sera!.
Eppure da allora la band ha continuato il suo percorso, tra abbandoni definitivi (Ruggiero e Marrale), abbandoni con ritorno (Cassano e la seconda cantante Silvia Mezzanotte), decessi (Stellita nel ’98 e Golzi nel 2015) e nuovi ingressi con progressivo aumento di compiti (Fabio Perversi, attuale anima del gruppo, entrato a sostituire Stellita), punteggiando la sua storia di grandi hit, due vittorie al Festival di Sanremo, una al Cantagiro e una fama che ha superato di molto i confini nazionali.
Oggi, con la formazione consolidatasi lo scorso anno, che vede la giovane Luna Dragonieri alla voce solista, due ritmi femminili (Fiamma Cardani e Paola Zadra) e il chitarrista Piero Marras, insieme a Perversi, bassista e tastierista, i Matia Bazar sono pronti per una tournée estiva e due progetti discografici.
«Il primo, che sta per uscire, propone una serie di reinterpretazioni di brani storici in versione acustica, unplugged e senza batteria, ma con lo snare cajón sudamericano, uno sgabello di legno da percuotere con all’interno una cordiera che ha un suono particolare e interessante. Ci saranno i brani più famosi, Sento, Vacanze romane e via dicendo.» Chi parla è Fabio Perversi, da ventun anni nei Matia, diventato titolare del nome con il secondo abbandono di Piero Cassano, il vero hit maker del gruppo. E di tanti altri, a cominciare da Eros Ramazzotti.
«Dopo il triste evento che ci ha colpito nel 2015, c’è stato un momento di sbandamento, sei-sette mesi di assestamento. All’epoca c’era Silvia Mezzanotte come cantante e lei ha voluto riprendere la carriera da solista. Siamo rimasti io e Piero, che a un certo punto mi ha detto “sto arrivando alla soglia dei 70 anni, questo lavoro ti porta troppo spesso in giro e io non ho più l’età per i tour e voglio dedicare più tempo alla mia famiglia, perciò ti do la mia benedizione e ti lascio da gestire l’eredità artistica dei Matia”. La famiglia di Giancarlo, che era rimasto l’unico detentore del marchio, me l’ha lasciato: continuare era una promessa che gli avevo fatto, perché spesso e volentieri mi diceva che, a livello di carta d’identità, ero l’unico che avrebbe potuto continuare a suonare con lo stile dei Matia. Mi diceva che avrebbe voluto vedermi in tv, seduto sul suo divano, a fare la nostra musica, fiero di lasciarmi in mano questo gioiello da portare avanti per molti anni. Le confesso che ho avuto molti dubbi e perplessità, però devo dire, che, nonostante il mio aspetto, io sono uno abbastanza folle, non alieno ai colpi di testa. Noi abbiamo 45 anni l’anno prossimo, con un repertorio che ci ha resi famosi in tutto il mondo e che sarebbe stato un peccato lasciar perdere».

Non è un peso confrontarsi con quel repertorio quando si fanno canzoni nuove?

«Lo è, sono canzoni importanti, non solo prodotti pop. Averle alle spalle quando se ne fanno di nuove è una zavorra positiva e non certo semplice. Però le cose nuove che stiamo facendo seguono con coerenza il filone del passato, pur ovviamente con le sonorità che oggigiorno ci condizionano. Sta prendendo sempre più corpo un album di inediti, siamo alla fine della lavorazione, di cui i tre singoli usciti finora con la nuova formazione (Verso il punto più alto, Questo è il tempo dello scorso anno e il recentissimo È arrivata primavera amore) danno bene una dimensione. In più ci sono collaborazioni di altri artisti venuti volentieri perché c’è molto rispetto per i Matia. Non le dico nessun nome però, perché il disco uscirà prima di Natale e non tutte le beghe legali sono state definite».

Qual è oggi l’imprinting dei Matia?

«È sempre quello di fare canzoni melodicamente interessanti, il che è piuttosto difficile in un periodo in cui in Italia si dà molto spazio a “rumori” – lo scriva tra virgolette – più che alle melodie. È molto più facile per i ragazzi, e non voglio criticare, a livello di testo e ritmicamente, dire cose su battute rap o trap, piuttosto che su melodie costruite. Si è persa un po’, secondo me, la ricerca della bella voce, c’è spazio solo per le parole e i concetti. Non dobbiamo dimenticare che noi artisti italiani siamo noti all’estero soprattutto per la bella melodia, e noi vogliamo fare canzoni melodicamente interessanti. Ovviamente con la tipologia di vocalità che ha dato il la al gruppo con Antonella Ruggiero. Tutte le cantanti che poi si sono succedute l’hanno mantenuta, anche perché il repertorio non permetteva un altro tipo di voce. Lo stesso vale per le armonie: c’è ogni volta una ricerca, non siamo mai stati banali. Spesso dicono di altri che certi brani suonano come i Matia Bazar, il che significa che c’è uno stile conosciuto che noi cerchiamo di continuare, anche se i compositori sono cambiati. Non c’è più Piero, non c’è Carlo Marrale, ma ci sono io e c’è un altro amico, Gino Di Stefani con cui collaboro da tanti anni, che ha fatto canzoni importanti come Felicità di Albano oppure Incancellabile della Pausini».

di Raffaello Carabini

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