Onoterapia: una pet therapy per la demenza senile

0

Prendersi cura, accarezzare, nutrire un animale, giocarci insieme … è cosa nota: ci fa sentire bene. Negli anni ’60 lo psichiatra infantile Boris Levenson tradusse questa relazione terapeutica in una precisa metodologia di intervento, con l’individuazione di obiettivi specifici da perseguire, tecniche da utilizzare e possibili impieghi mirati a precise patologie.
Egli aveva constatato che prendersi cura di un animale può aiutare a calmare l’ansia, trasmettere calore affettivo e aiutare a superare lo stress e la depressione. Il termine pet in lingua inglese significa animale domestico. Per pet therapy si intende una terapia dolce basata sull’interazione uomo-animale, che integra e coadiuva una terapia tradizionale in corso. Lo scopo è quello di facilitare l’intervento delle varie figure mediche e riabilitative attraverso la costituzione di un canale di comunicazione spontaneo paziente-animale-medico.
In Italia nel 2009 il Ministero della Salute ha stilato linee guida nazionali per gli Interventi Assistiti con Animali (IAA) che hanno trovato ampia applicazione in svariati settori socio-assistenziali come case di riposo, ospedali, cliniche, centri di riabilitazione. Negli ultimi anni ha preso sempre più piede l’onoterapia cioè un tipo di pet therapy con l’asino.
La stazza di questo animale suscita infatti senso di accoglienza e protezione e non timore, la sua morbidezza al tatto stimola il contatto e la coccola, la sua grande pazienza, la lentezza nei movimenti, la prudenza e delicatezza con cui si avvicina all’uomo e la sua tendenza a rimanere fermo e a non scappare, sono prerogative che aiutano il paziente ad avvicinarsi a lui con sicurezza e con tranquillità.
Non stupisce come negli ultimi anni l’onoterapia sia stata spesso avvicinata all’universo senile e a quanti tra gli anziani soffrano di malattie degenerative o di stati depressivi.
I percorsi di cura con l’asino favoriscono la percezione e la verbalizzazione delle proprie emozioni, sviluppano la responsabilità e la concentrazione, inducono alla cooperazione inibendo l’atto di isolamento, aumentano l’autostima e la riscoperta del proprio io, fanno ritrovare sicurezza e fiducia e fanno riscoprire il valore della motivazione e del piacere di esserci. Non bisogna dimenticare che, nei casi di pazienti con l’Alzheimer, la perdita di memoria e l’incapacità di comunicare con il linguaggio, il recupero della comunicazione non verbale e l’interazione con gli stimoli esterni diventa un obiettivo importante. Gli asini diventano co-terapeuti perfetti e la loro mediazione con il paziente supporta il lavoro dell’operatore.
Buona parte della relazione con l’asino si basa infatti sulla mimica corporea e sulla comunicazione non verbale. La relazione che si instaura tra il paziente e l’asino diminuisce le barriere della comunicazione favorendo così l’accesso alla sfera intima dell’utente. L’auspicio è che la standardizzazione dell’operato dei centri che svolgono interventi con gli animali permetta la realizzazione di esperienze confrontabili dal punto di vista dell’efficacia terapeutica, rafforzando un approccio scientifico al loro impiego.

di Bibi Sarti

No comments