Nadia Murad, un Nobel per amore del suo popolo

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Nadia Murad (nella foto) è oggi premio Nobel per la Pace, insieme al medico congolese Denis Mukwege, per il suo attivismo contro la violenza sulle donne e lo stupro come arma di guerra.

La sua vita è cambiata per sempre nell’agosto del 2014, quando alcuni miliziani dello Stato Islamico arrivano nel villaggio dove vive, nella zona di Sinjar, a nord dell’Iraq, e la rapiscono insieme a tante altre giovani donne della minoranza yazida. Nei mesi che seguiranno per Nadia ci saranno solo violenze e soprusi di ogni genere, fino alla sua fuga, avvenuta nel novembre dello stesso anno.

Ma il suo stesso coraggio ha spinto Nadia, che oggi ha 25 anni, a raccontare quanto aveva vissuto, anche a nome delle altre ragazze e donne del popolo yazida che non hanno avuto la possibilità di farlo, perché ancora disperse o uccise.

Il 16 dicembre del 2015 la giovane aveva parlato per la prima volta di tratta di esseri umani al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e la sua storia, diventata universale, ha permesso di accendere i riflettori su una minoranza dimenticata e sottoposta a un vero e proprio genocidio, dai numeri ancora oggi incerti, per mano dell’Isis.

Secondo “Yazda”, un’Organizzazione Non Governativa che supporta gli Yazidi sul territorio, almeno 7mila fra giovani donne e bambini sarebbero stati catturati durante l’attacco dello Stato Islamico nell’area del monte Sinjar, e di questi solo poco più di 3mila avrebbero fatto ritorno a casa.

La comunità degli Yazidi crede in un dio primordiale che si manifesta nei sette Grandi Angeli, dei quali il principale è Melek Ta’us, l’Angelo Pavone, che rappresenta l’origine del bene e del male. Il nord-ovest dell’Iraq è l’area originaria dello Yazidismo, insieme all’Anatolia sud-orientale.

Nadia Murad, già vincitrice del Premio Sakharov per la libertà di espressione e Ambasciatrice Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani, ha raccontato la sua storia nel libro L’ultima ragazza. Oggi vive in Germania, dopo aver trascorso un anno a Duhok, nel Kurdistan iracheno, in uno dei campi per sfollati interni.

 

di Ilaria Romano

(Foto Shutterstock / Kathy Hutchins)

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