Michele Dall’Ongaro: «La musica è il più potente strumento per comprendere il mondo»

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Il presidente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, una delle fondazioni musicali più importanti d’Italia e del mondo, ci parla del valore della musica classica e colta nella società contemporanea.

Lo sappiamo tutti. E lo certifica Michele Dall’Ongaro, compositore eseguito in mezzo mondo, musicologo, divulgatore radiofonico e televisivo, dirigente Rai e dal febbraio 2015 Presidente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. «Una manciata di note può cambiare l’esistenza», ci dice. «Una raffica di note di Bach o di Chopin può modificare la percezione che abbiamo del mondo. I neurologi ce lo spiegano, dicendoci che attiva zone del cervello che normalmente sonnecchiano, compresi i lobi frontali, che sono adibiti alla percezione della gratificazione e del piacere. Non bisogna mai dimenticare il potere che ha la musica: bisogna solo farla lavorare.»
Basterebbero queste affermazioni a farci guardare con attenzione il cartellone che la fondazione romana mette in scena per la stagione estiva corrente alla Cavea dell’Auditorum del Parco della Musica di Roma. Come anteprima a fine giugno è arrivata la proposta della colonna sonora di Amadeus, il capolavoro di Miloš Forman, il regista ceco recentemente scomparso, grande maestro della messa in scena delle musiche come fece anche con Hair e Ragtime. A dimostrazione di come la fondazione sia attenta a cercare nuovi pubblici e nuovi habitat sonori.
«La classica è troppo legata a riti e convenzioni un po’ codificati, cui è affezionato il pubblico più maturo. Ha bisogno di uscire dalla scatola, di aprire ai giovani, ai ragazzi 2.0, per i quali prevale la cultura visiva rispetto all’ascolto. Questo declino è dovuto alla carenza di educazione musicale, e si rispecchia anche, banalmente, nei dibattiti televisivi, in cui tutti si parlano addosso, senza di fatto ascoltarsi».

Michele Dall’Ongaro, Presidente dell’Accademia Nazionale Santa Cecilia

Apertura al nuovo – «eppure anche Beethoven durante i suoi concerti improvvisava in base alle richieste del pubblico» – quella del 5 luglio con UpBeat!, spettacolo in cui il duo violino-piano dei virtuosi anglosassoni Igudesman & Joo incontrerà Stefano Bollani e l’orchestra per esplorare ogni angolo dell’universo sonoro mondiale, dai valzer di Strauss alla musica klezmer, dalla polka… a colpi di tosse agli effettacci da horror movie, in un tourbillon esilarante e coinvolgente.
«L’importante è che esca la realtà che la musica contemporanea non è una sola, c’è chi si ispira a Ravel, chi fa riferimento diretto alle avanguardie, chi miscela mille linguaggi. Ma soprattutto non deve essere una tassa da pagare, deve essere oggetto di un confronto, sempre messa a paragone con il vivo della storia della musica. Bisogna evitare quella lista un po’ macabra di pezzi che evidenziano solo i difetti reciproci, come succede fatalmente nei festival, che però hanno funzione di aggiornamento e di dibattito. In una stagione sinfonica, come succederà nella nostra prossima, è fondamentale che Ivan Fedele respiri vicino a Mozart, perché si consente così alle opere nuove di mettere in evidenza da un lato le radici che hanno (senza radici niente ha futuro) e al tempo stesso a quelle del passato di illuminare i loro punti di contatto con il futuro, quella visione che i grandi artisti hanno sempre su ciò che verrà dopo di loro».
Il confronto tra oggi e ieri è offerto il 12 luglio con Ezio Bosso, il compositore lanciato dal festival di Sanremo pur avendo alle spalle un curriculum classico impressionante, che già lo scorso anno aveva diretto – dopo sette anni di pausa – l’Orchestra di Santa Cecilia. Quest’anno propone la sua sinfonia Oceans insieme alla famosa Dal nuovo mondo di Antonín Dvořák, in un rispecchiarsi e rimbalzare di visioni che nascono da una babele di influenze e sono metafora del viaggio dell’uomo sul pianeta.

 

«La musica è il più potente strumento per comprendere il mondo. Deve essere di tutti. La musica colta deve entrare nel nostro flusso sonoro, deve far parte del nostro paesaggio uditivo. Specie in un posto come l’Italia dove si respira bellezza e si coltiva intelligenza, questa meraviglia deve essere resa disponibile a chiunque. È folle che il Paese che ha inventato la musica classica – il pianoforte è opera di un italiano, Bartolomeo Cristofori che aveva come sponsor i Medici, che se ne intendevano di cose fatte bene; l’opera è stata inventata a Firenze; il concerto a Bologna, Roma, Venezia; i migliori strumenti ad arco sono stati fatti tra Cremona e Brescia; in tutte le parti del mondo per far capire come suonare un pezzo a un musicista si utilizzano parole italiane: andante, allegro, adagio, crescendo… – è folle dicevo che questa consapevolezza sia stata rimossa per appiattirci sulle top ten delle radio commerciali».
Completano la serie dei concerti estivi due altre proposte pregiate. Il 26 luglio la 31enne georgiana Khatia Buniatishvili, formidabile interprete di Liszt e Rachmaninov, nonché star del web per i suoi filmati e la collaborazione con i Coldplay, eseguirà – insieme all’orchestra diretta da Yu Long – il Concerto per pianoforte n. 1 di Čajkovskij e la prima sinfonia di Mahler. Il 18 è invece prevista una versione che si preannuncia scintillante dei Carmina burana di Orff, con l’orchestra e i cori affiancati dall’ensemble specializzato nel repertorio medievale e rinascimentale Chominciamento di gioia.
«La riconosciuta qualità di livello mondiale della nostra orchestra (che, fra l’altro, proporrà La Creazione di Haydn e le sinfonie Jeremiah di Bernstein e Il Titano  di Mahler l’8 agosto a Riga e il 10 a Londra, ndr.) si deve all’energia, alla peculiarità e alla generosità del nostro direttore musicale Antonio Pappano, che ha veramente adottato l’orchestra come il pianista il suo pianoforte, la lucida, la rifinisce in ogni dettaglio, la plasma con un’amorevolezza paragonabile solo al suo talento. »
I professori d’orchestra con un direttore di enorme personalità come il grande commendatore e baronetto Pappano non si sentono troppo incanalati e meno liberi?
«Direi di no. L’idea un po’ vecchio stile, vagamente toscaniniana, del direttore un po’ dittatore, appartiene veramente al passato, se mai è esistita. Il modello di oggi è quello di Abbado, cioè il fare musica da camera in tanti. Quindi il sottolineare e l’esaltare le qualità dei singoli elementi, naturalmente con una prospettiva condivisa.
Il direttore fa diventare le idee di tutti come fossero una sola: se in mille leggono Pinocchio singolarmente ognuno si immagina i vari personaggi e l’atmosfera della storia a modo suo, invece nell’orchestra c’è uno che fa in modo che tutti, leggendo, abbiano la stessa impressione e la riportino insieme. Ma può farlo soltanto se ascolta e se fa ascoltare gli altri, con un’opera di convincimento, di influenza. Del resto anche l’orchestra forgia il direttore: se rimanesse lo stesso con tutte le orchestre non sarebbe un vero musicista, perché non farebbe l’unica cosa che un vero musicista deve fare, cioè ascoltare.
Nello stesso tempo per certi versi l’orchestra è anche un modello di società ideale, un mondo dove tutti ascoltano cosa dicono gli altri, si parla a tempo debito, ognuno ha il suo ruolo e nessuno resta indietro, tutti sono utili. È un modo onesto di vedere il mondo. Per questo abbiamo così tanti bambini, 1.400, dodici cori e cinque orchestre giovanili e infantili. Vengono a Santa Cecilia perché hanno un modello di riferimento ispirato alla meritocrazia e all’impegno».
E in realtà nessuno ci assicura che il Pinocchio che ascoltiamo sia quello che Collodi descriveva. È questa la novità continua della musica classica?
«Esattamente. È la sua bellezza».

di Raffaello Carabini

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