L’italiano una lingua in movimento

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50&Più e Treccani iniziano una collaborazione per trattare di cultura e lingua italiana al tempo di Internet. E voi? Parlate come scrivete?

Giusto o sbagliato? Di fronte ai fatti di lingua, ci piace pensare che la norma linguistica sia un grosso tomo contenente migliaia di sentenze inappellabili. Molto spesso, però, la risposta secca non viene data, né dal dizionario, né dall’esperto on line.

Ha scritto il grande linguista Luca Serianni: «Tra i due poli “giusto” / “sbagliato” si situa una zona grigia». Tutti capiscono al volo che una frase come voglio bene a tu viola le leggi fondamentali del sistema linguistico. La zona grigia, però, si presenta non appena siamo di fronte a coppie come queste: devo o debbo?; aprii o apersi?; innaffiare o annaffiare?; tra o fra?; obiettivo o obbiettivo?; spegnere o spengere?; familiare o famigliare?; senza te o senza di te?; tre e mezza o tre e mezzo?; insieme a o insieme con? Entrambe le soluzioni sono corrette, ma non lo sapevamo. Purtroppo scontiamo il fatto che in Italia una lingua comune si è affermata tardi: rispetto al francese o allo spagnolo, lingue parlate da secoli, all’italiano è mancato il filtro naturale del tempo, che elimina le tante varianti stratificatesi.

Per secoli, in un’Italia divisa anche nel parlare, ci siamo affidati all’autorità della codificazione grammaticale, rigidamente modellata sull’uso letterario a partire dal Cinquecento. Molte delle regole, diciamo così, unilaterali di allora sono fluite attraverso i secoli nei libri di grammatica e sono penetrate nella testa di intere generazioni. Nel Novecento, la lingua italiana si è finalmente diffusa (grazie a molti fattori, tra cui la scolarizzazione e l’avvento della tv), e ora è parlata e scritta da molti e non più da pochi, ed è perciò in continuo movimento: il paradosso è che questa lingua viva si scontra ancora con certezze secolari ormai poco difendibili, ma cristallizzate, secondo cui gli per loro (ho visto i miei amici e gli ho parlato) non va bene; cosa? anziché che cosa? non si deve usare; uscire fuori è un inutile pleonasmo; non si può cominciare con ma una frase dopo il punto fermo.

di Silverio Novelli

(L’articolo completo è pubblicato su 50&Più del mese di Aprile 2018)

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