Legge Basaglia, 40 anni dopo la rivoluzione della salute mentale

0

Era il 13 maggio del 1978 quando il Parlamento italiano approvava la legge 180, nota anche come legge Basaglia, che avrebbe cambiato per sempre il sistema dell’assistenza psichiatrica nel nostro paese, con il superamento dei manicomi come istituzione di reclusione, solitudine e spesso trattamenti inumani, e l’obiettivo di creare nuove strutture e servizi territoriali a misura d’uomo.

L’esperienza di Franco Basaglia era già cominciata nel 1961, quando lo psichiatra e neurologo aveva vinto il concorso per la direzione dell’ospedale psichiatrico di Gorizia: qui cominciò la sua rivoluzione, eliminando tutti i tipi di contenzione fisica, le terapie di elettroshock, e cominciando ad aprire i cancelli per lasciare i pazienti liberi di passeggiare e mangiare all’aperto. I 650 internati tornarono a essere persone, e dal quell’esperienza nacque anche il volume “L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico”, che divenne un successo anche fra il grande pubblico e portò simbolicamente fuori dai manicomi la malattia mentale.

Con lui, nel 1973, Trieste divenne la zona pilota dell’Italia nella ricerca dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla salute mentale.

«Il manicomio – diceva Basaglia – ha la sua ragion d’essere nel fatto che fa diventare razionale l’irrazionale. Quando qualcuno entra in manicomio smette di essere folle per trasformarsi in malato, e così diventa razionale in quanto malato. La follia è una condizione umana, in noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla.» Da qui la sua idea di superare il manicomio come istituzione, e creare servizi extra-ospedalieri.

Ma qual è oggi la situazione, a 40 anni di distanza e dopo la chiusura degli ultimi centri, gli Opg, Ospedali psichiatrici giudiziari, approvata nel 2014?

Secondo una stima dell’Oms una persona su quattro affronta almeno una volta nella vita un problema di salute mentale. Nel 2015, anno di riferimento dell’unico Rapporto sulla salute mentale in Italia stilato dal Ministero della Salute, sono state 777.035 le persone seguite dai servizi del Sistema Sanitario ma secondo l’Istat gli individui a rischio di disturbi ansiosi e depressivi sono almeno 4 milioni e mezzo.

Il problema del nostro paese è che le risorse disponibili non bastano per assisterli: la rete dei servizi è formata da 3.791 strutture, fra Centri di Salute Mentale, centri diurni e residenze assistite, dove lavorano quasi 30 mila dipendenti, con sostanziali differenze fra le diverse zone d’Italia: in Val d’Aosta ci sono 109 operatori ogni 100 abitanti, in Molise solo 20,6. Per questo, come ha denunciato l’Unasam, Unione nazionale delle associazioni salute mentale che rappresentano pazienti e familiari, il rischio è che ci sia solo una cura farmacologica non abbinata a una terapia psicologica, e che il carico sia troppo sbilanciato sulle famiglie.

Se è vero che in questi 40 anni 20 milioni di italiani sono stati curati senza manicomi, è altrettanto vero che il sistema rischia il collasso, secondo la Società italiana di psichiatria, perché i numeri sono in aumento costante, e fra poco più di dieci anni supereranno quelli delle malattie cardiovascolari, mentre le risorse investite sono in calo. Come ha spiegato il presidente della Sip Bernardo Carpiniello, l’Italia è al ventesimo posto in Europa per numero di psichiatri e per investimento economico sulla salute mentale, pari a circa il 3,5% della spesa sanitaria totale, a fronte di un investimento che oscilla fra il 10% e il 15% in Francia, Germania e Regno Unito.

di Ilaria Romano

No comments