L’arte di inventare parole nuove

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Come tutte le lingue, l’italiano si evolve grazie ai neologismi. Alcuni si affermano, altri spariscono. A stabilirne il destino è la loro utilità

Che cos’è un neologismo? Ce lo spiega l’etimologia: neo, dal greco neós (neolitico, neoassunto, neoclassicismo, neodirettore, ecc.), più lógos, cioè “parola”. Una parola nuova, questo è il neologismo. Da sempre le lingue si trasformano e uno dei modi per cambiare è creare e accogliere parole nuove. Anche prendendole da altre lingue, così come sono scritte (l’inglese computer) o adattate (giardino, nel dodicesimo secolo, dal francese jardin). Qualche volta del neologismo sappiamo l’autore, specie se si tratta di una persona famosa perché importante (velivolo l’ha inventato Gabriele D’Annunzio) o importante perché famosa (webete, “chi frequenta il Web, cioè la Rete e Internet, da ignorante e fazioso”, l’ha inventato il giornalista Enrico Mentana).

Un neologismo serve a denominare un nuovo oggetto o un nuovo concetto. Partiamo da un esempio di oggetto. La parola fotomessaggio è nata soltanto quando la lingua ha dovuto denominare la novità costituita dall’immagine fotografica modificata (con l’aggiunta di testo e disegnini) e trasmessa, per esempio, tramite un cellulare di tecnologia recente. Un esempio di nuovo significato, che si aggiunge a quelli che una parola ha già, è il verbo navigare, che designa un nuovo concetto da quando abbiamo immaginato la Rete telematica e Internet come un mare virtuale di cui solcare le onde.

I neologismi sono belli o sono brutti, buoni o cattivi? Dal punto di vista del sistema-lingua, le domande non hanno senso (poi, naturalmente, ciascuno è libero di nutrire simpatie e antipatie). Se i neologismi nascono, è per rispondere a una necessità. Attenzione, può essere che la necessità si riveli effimera, perché legata a un fatto circoscritto, a un momento transitorio. I giornalisti, che sono bravissimi a inventare brillanti parole usa-e-getta, visto il successo di Claudio Baglioni come “dittatore” artistico di Sanremo 2018, hanno coniato l’aggettivo baglionesco. Va bene, usiamo pure baglionesco per un po’ (è lecito divertirsi con le parole); ma dobbiamo sapere che difficilmente l’aggettivo entrerà in pianta stabile nella nostra lingua. La lingua adotta soltanto i neologismi che si rendono davvero necessari ai nostri discorsi, nelle nostre interazioni quotidiane, per la nostra società, la nostra cultura.

di Silverio Novelli 

(L’articolo completo è pubblicato su 50&Più del mese di Maggio 2018)

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