La “Sindrome Italia” colpisce le Badanti

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Molte donne romene impiegate in Italia nel lavoro di cura, al rientro nel loro Paese d’origine manifestano diversi sintomi depressivi tutt’altro che facili da trattare

«Non riuscivo a fare le scale senza reggermi al corrimano, avevo paura anche di salire su un marciapiede, oppure quando attraversavo la strada». Guarda in basso, la sua voce è ferma e le parole ben scandite, ma con gli occhi non riesce a sostenere lo sguardo di chi le sta di fronte. Ana è una donna romena sulla cinquantina, che ha trascorso 15 anni in Italia lavorando come badante. La incontriamo nel padiglione 4 dell’Ospedale Psichiatrico di Socola, a Iasi, in una fredda mattina di inizio settembre. Iasi è la seconda città più abitata della Romania, dopo Bucarest. È il capoluogo della Moldavia romena, ed è qui che si trova l’Ospedale Psichiatrico Socola, uno dei presidi più antichi della Romania, specializzato nel curare la depressione che affligge, oltre Ana, molte badanti che hanno lavorato in Italia. Si tratta della cosiddetta “Sindrome Italia”.

«La “Sindrome Italia” è, il più delle volte, una forma di depressione caratterizzata da ansia, apatia, astenia psichica e fisica, picchi di disattenzione, associati a stati di insonnia, un senso di profonda tristezza interiore, aggravati da un sentimento di alienazione», spiega Andreea Nester, psichiatra. Sono diversi i fattori che portano alla manifestazione di questi sintomi: «Prima di tutto bisogna sottolineare che esiste una vulnerabilità genetica di ogni persona che emigra, che si trova catapultata in un nuovo Paese con altre culture, altre tradizioni, non conoscendo la lingua», spiega la psichiatra.

«Queste donne hanno più di quarant’anni ed una predisposizione a vari tipi di disturbi. Lasciano la famiglia, lasciano incustoditi i figli, perdono la propria abitazione e molte volte tutti questi fattori stressanti hanno un forte impatto psicologico su di loro», aggiunge Cozmin Mihai, medico dell’Ospedale Socola. «Nel nostro nosocomio riceviamo in media tremila pazienti all’anno che soffrono di depressione e, di questi, il 5% circa è affetto da “Sindrome Italia”», aggiunge.

Anche un gruppo di ricercatori dell’Università di Udine ha studiato gli effetti di questa sindrome, all’interno di un’analisi più ampia delle famiglie trans-nazionali.

«Molte di queste donne sono fragili e, quando vengono messe a contatto con la sofferenza delle persone che curano, ne escono sopraffatte», spiega la professoressa Donatella Cozzi, docente di Antropologia Culturale presso l’Università di Udine. «Il contatto con una persona anziana, infatti, è un contatto molto intimo e allo stesso tempo logorante. Ci sono notti insonni da affrontare, momenti di crisi che la badante non sempre sa come fronteggiare». In realtà, la “Sindrome Italia” non è un’etichetta diagnostica riconosciuta scientificamente, ma viene definita una sorta di termine-ombrello, che copre un quadro di sintomi abbastanza variegato, caratterizzato da un senso di tristezza e nostalgia profonde: «Si verificano allucinazioni, deliri, a volte si crede di essere inseguiti, perseguitati. Un quadro particolare di sintomi che si avvicinano alla schizofrenia», spiega la professoressa Cozzi.

È difficile per una donna ammettere questi sintomi, capire di aver bisogno di sostegno, chiedere aiuto. Eppure la maggior parte delle badanti conosce bene cosa si cela dietro questo termine-ombrello.

di Romina Vinci

(L’articolo completo è pubblicato su 50&Più del mese di Aprile  2019)

 

 

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