La lunga estate di Edoardo Vianello

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Per Edoardo Vianello, nato il 24 giugno del 1938, il tempo non passa. Sulla cresta dell’onda dagli anni Sessanta, il cantautore (e attore) romano ha appena varcato la soglia degli ottanta anni. O meglio, “20 x 4”:  è così che lui dichiara la sua età. Brilla, da sempre, per allegria e vitalità. Corde vocali inossidabili. I suoi successi canori –mai spariti dalle hit parade – attraversano le generazioni.
Nella storia della musica leggera italiana, Vianello ha inaugurato l’era dei tormentoni estivi, quando si andava in villeggiatura, si mettevano sul piatto del giradischi i 45 giri, si introducevano le monetine nel juke-box per scatenarsi al ritmo dell’hully-gully, del cha cha cha e del twist.
Abbronzantissima, I Watussi, Il capello, Guarda come dondolo, Pinne, fucile e occhiali, Tremarella, Il peperone: sono solo alcuni dei titoli del suo repertorio che immancabili accompagnano ogni estate sonora…. di nonni nostalgici? Macché! Anche e soprattutto di giovani e giovanissimi: stando ai dati Siae, alla data del 31 dicembre 2016, i brani di Edoardo Vianello sono stati scaricati dalla rete oltre 85 milioni di volte. E 60 milioni e più sono i dischi venduti. Un cantautore da record. Lo abbiamo incontrato.
Vianello, cosa rappresenta per lei il successo?
Il successo è rappresentato dai diritti d’autore.
La sua canzone più redditizia?
Senz’altro, I Watussi. In tutti i revival degli anni Sessanta puntualmente vanno a pescarla. Le mie canzoni sono inusuali rispetto alle altre della mia generazione. Nella loro semplicità rappresentano perfettamente l’epoca in cui sono state scritte.
La preferita, tra le sue?
Il capello. È la più nostalgica. L’arrangiamento è di Luis Enriquez Bacalov (premio Oscar). La cantai per la prima volta a “Studio Uno” (celebre show televisivo con Mina, Don Lurio e le Gemelle Kessler) nel 1961.
E l’ultima?
Piano piano. Un invito a gustarsi la vita, lentamente.
È quella che ha presentato al mega concerto tenuto in piazza del Campidoglio la sera di San Giovanni per festeggiare il suo 80° compleanno. Ma sta già pensando alla prossima?
Le idee non si fermano.
È un pensiero futurista. In proposito, che ricordo ha di suo padre Alberto, ingegnere chimico e insigne poeta, annoverato nell’antologia di Filippo Tommaso Marinetti?
Un uomo di grande cultura. Era molto severo. Sullo studio non transigeva. All’inizio forse avrebbe voluto per me un altro futuro. Ma poi cominciò a sostenermi.
Lei è un artista poliedrico. Scorrendo la sua biografia balzano all’occhio centinaia di canzoni ma anche una discreta filmografia, cinematografica e televisiva tra musicarelli e altro… e il teatro?
La mia prima scrittura è stata teatrale. Nel ’59, in una commedia musicale. Avevo cominciato a scrivere canzoni e cercavo una strada per entrare nel mondo dello spettacolo. Ebbi la fortuna di capitare in una compagnia di prosa altamente professionale: quella di Lauretta Masiero, Lina Volonghi, Alberto Lionello. Con loro debuttai in “Mare e wisky” di Guido Rocca e poi ne “il lieto fine” di Luciano Salce. Le musiche erano di Ennio Morricone, con il quale poi ho fatto un’infinità di dischi.
Intramontabili. I tormentoni di oggi durano una sola stagione, ma i suoi, Vianello, possiamo al contrario definirli storici: qual è il segreto?
È  un segreto (dice ridendo).
Come passa quest’estate?
Cantando… in giro per l’Italia.
Infine, sappiamo che è diventato nonno per la seconda volta…
Sì, è arrivata la mia nipotina, Matilde. Si chiama come mia madre.

di Paola Stefanucci 

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