Joy Harjo: «nella mia terra canto la natura che può salvarci»

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Cita D’Annunzio con “La pioggia nel pineto”…Racconta le sue radici lontane, intrecciatesi in un molteplice senso di appartenenza: cherokee, francesi, irlandesi… E la poesia ai tempi di Internet? Troverà – dice – la sua strada, proprio come le piante che spuntano dalle fenditure del cemento

È una poetessa e musicista nativa americana, cherokee francese da parte di madre e creek per discendenza paterna. In Italia la prima organica antologia dei suoi versi è Un delta nella pelle (Passigli Editori), curata da Laura Coltelli, che ha anche tradotto Crazy Brave. Guerriera folle di coraggio (Ibis), appassionato memoir dove la sessantasettenne Joy Harjo racconta il viaggio che, attraverso difficili passaggi, giunge alla piena consapevolezza di sé e alla maturità nella doppia forma, poesia e musica. Parte sempre da se stessa, dalla propria reale esperienza di donna e madre, la sua storia è di tutto un popolo e anche di uomini e donne che ovunque si trovano a lottare per i propri diritti, la propria dignità e libertà.

La Harjo è stata di recente in Italia, dove a Camaiore ha ricevuto il Premio Internazionale di Poesia “Francesco Belluomini”, secondo poeta americano dopo Lawrence Ferlinghetti. Ha ancora nella memoria il paesaggio versiliano scoperto attraverso i versi dannunziani: «Ho letto la traduzione di una poesia, La pioggia nel pineto, che mi ha fatto desiderare di poterla leggere in italiano. La traduzione è un’arte ed io sono fortunata ad avere una delle migliori traduttrici in italiano, Laura Coltelli. D’Annunzio ha un bel nome per un poeta. Noi annunciamo ciò che abbiamo trovato nel terreno sacro, lo trascriviamo nel linguaggio. La poesia Rain in the Pine Woods benedice la pioggia».

Nei suoi versi si scoprono altri paesaggi, affiorano personaggi, storie, credenze dei nativi d’America, con l’energia della natura, le forze cosmiche, la mitologia, il ricordo del  genocidio. Due culture, due lingue, due tradizioni, due passati storici, così violentemente fusi. Ma Joy Harjo si sente ancora radicata nella sua terra? Quanto è ancora importante il senso di appartenenza?

Sono più di due: ci sono molte radici culturali europee e molte radici culturali indigene. A cominciare dalla terra. Tutto delle Americhe, l’emisfero occidentale è una persona, un principio basilare, dove ogni terra è connessa all’altra. Ognuno ha aree da proteggere, da cantare. La terra riguarda ogni cosa connessa col senso di appartenenza per tutti gli esseri umani.

“Quando scrivo c’è un piccolo Creek dentro di me”, dicono i suoi versi. In cosa sente più forte e dilagante la voce, la sua memoria, la sensazione che sia qualcosa per sempre perduto di quel pellerossa?

È il mio bisnonno, Henry Marsey Harjo che procede con me in questo mondo, sebbene non con sembianze terrene e in questa tempo. Ho anche detto: «Niente può essere dimenticato, solo lasciato indietro». Queste parole, immagini, poesie possiedono, contengono e trasmettono la memoria.

intervista di Renato Minore

(L’articolo completo è pubblicato su 50&Più del mese di Maggio  2019)

 

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