Intervista a Paolo Di Paolo: il conflitto di un giovane scrittore tra ansia, dubbi e euforia

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Fino a quando si è considerati un giovane scrittore? Le età sono sempre più dilatate per tutti, ma per chi fa lo scrittore l’età della giovinezza è ancora più fluida. Incontro con Paolo Di Paolo, uno dei giurati di spicco della 36° edizione del Concorso 50&Più di Prosa Poesia Pittura e Fotografia.

Paolo Di Paolo è un giovane scrittore di successo «ho 35 anni e ancora rientro nella categoria dei giovani», aggiunge sorridendo. Ha iniziato la sua carriera molto presto tanto che già nel 2003 è tra i finalisti del Premio Calvino e del Premio Campiello, poi alla finale del Premio Strega. Una passione per la scrittura che lo accompagna da sempre. Tra i suoi ultimi romanzi  Dove eravate Tutti , Mandami tanta vita, Una storia quasi solo d’amore, tutti pubblicati per Feltrinelli. Tra un romanzo e l’altro scrive sulle pagine culturali di diversi quotidiani e settimanali, è anche autore di saggi e testi teatrali. Quest’anno è  entrato far parte della Giuria della XXXVI edizione del Concorso 50&Più di Prosa, Poesia, Pittura e Fotografia che si è tenuto a Salsomaggiore Terme dall’8 al 13 luglio.

«Il tempo della giovinezza è sicuramente più dilatato rispetto a quello che era tempo fa, tanto che la categoria del giovane scrittore sembra interminabile. Ci sono scrittori – osserva – che hanno 10 anni più di me e che vengono definiti ancora giovani scrittori. Quindi potrò dire di essere un giovane scrittore ancora per qualche anno».

Un giovane scrittore over 40…

 Già. Battute a parte, prendiamo come esempio Italo Calvino che a 24 anni, al suo esordio, non era percepito come un giovane scrittore. E’ come se negli ultimi 30 anni, un po’ per l’allungamento della vita media, un po’ per il cambiamento dei parametri sociali, si fosse individuata una zona della gioventù legata alla scrittura. In realtà, penso a scrittori come Tabucchi o Baricco che hanno esordito a 32 e 33 anni, effettivamente per uno scrittore i 30 anni possono essere un inizio. Nel mio caso è come se avessi giocato d’anticipo visto che ho iniziato appena finito il liceo. A 19 anni con una raccolta di racconti sono stato finalista al Premio Italo Calvino e poi al Premio Campiello. Questo mi dà l’impressione che è già da un sacco di tempo che scrivo, pure troppo! In questi anni, i piccoli e i grandi successi che ho ottenuto non sono riusciti del tutto a eliminare certe insicurezze. Come se alla fine, nonostante tutto, mi chiedessi ancora oggi se sono fatto per scrivere. Il mio rapporto con la scrittura rimane conflittuale, la amo ma al tempo stesso mi affatica molto. E’ quello che voglio e contemporaneamente non vorrei dover fare. Quando inizio a scrivere un romanzo, a costruire una storia, da un lato vivo in uno stato di euforia e dall’altro di angoscia.

Il conflitto, il senso di insicurezza e ansia, possono essere una marcia in più…

Sì, una spinta a migliorarsi. Calvino diffidava dalle persone dalla scrittura facile. Se la scrittura ti viene troppo facile, allora c’è qualcosa che non va. Questo mi conforta molto.

Le è capitato altre volte di essere in una giuria di un premio letterario o di giudicare opere di autori più “maturi”  che scrivono solo per passione, come  nel caso del Concorso 50&Più?

 Mi è capitato più volte, più spesso però con miei coetanei. Ho partecipato come giurato al Premio Calvino, questo mi ha dato molta soddisfazione perché da concorrente sono diventato giurato. Comunque al di là dell’età, quello che mi ha colpito del Concorso 50&Più è l’atteggiamento dei partecipanti: sanno che non diventeranno mai scrittori professionisti – benché ci siano sempre delle eccezioni, pensiamo a Camilleri divenuto famoso a 65 anni, quindi tutto è possibile – ebbene, nonostante questo, voler ricavare dalla propria giornata uno spazio per la scrittura, lo trovo molto bello. In questo caso è come se la scrittura avesse davvero una funzione terapeutica, serve a te. E’ qualcosa di più puro rispetto ad una scrittura spinta dall’ambizione di diventare uno scrittore. Quando la vocazione è piegata dalla volontà di arrivare a un editore, può essere paradossalmente meno pura rispetto a chi scrive un racconto o una poesia  come se fosse un messaggio in una bottiglia senza sapere se qualcuno mai lo leggerà. In questo caso chi scrive lo fa soprattutto per se stesso, per fissare delle cose, per intensificare dei sentimenti, per non sentire che forse tutto è volto alla dispersione. E’ uno spazio della giornata che si riempie e si intensifica.

Quali sono stati i suoi parametri di giudizio?

 In qualità di giurato mi sono concentrato sull’intensità del sentimento tradotto in parola: può essere un ricordo, un episodio della propria vita, un riferimento al proprio vissuto. Ho trovato spesso racconti o poesie con questi contenuti.  Una scala di valori estetici l’ho messa in campo, ma mi sono concentrato soprattutto sull’intensità di quello che veniva scritto.

Pensa mai a cosa scriverà quando avrai più di 50 anni?

 E’ molto difficile immaginarmi a 50 anni. A 19 anni pensavo che verso i 40  sarei stato molto più adulto rispetto a come sono ora. Quindi non so come sarò a 50 anni e più. C’è un saggio di Gottfried Benn dal titolo Invecchiare:  un problema per artisti, lo cito perché l’artista deve fare i conti non solo con l’età anagrafica, ma anche con le capacità acquisite rispetto alla freschezza che potrebbe aver perso. Non sempre per uno scrittore maturare significhi per forza migliorare, dipende. Si possono scrivere romanzi folgoranti in gioventù o viceversa. Quello che mi preoccupa di più è perdere questo senso di insicurezza, quando sentirò nelle mani il cosiddetto mestiere, il rischio è di mettere il pilota automatico, non essere più sorpreso di quello che posso ancora fare e imparare a fare. Invece, cosa significa guardare agli stessi temi a 50 anni e più?  Questo lo trovo stimolante. Come a 50 anni guarderò all’adolescenza? La vedrò meglio, più confusa? La inventerò perché non me la ricordi più? Farsi queste domande è affascinante nel cantiere potenziale di uno scrittore. L’unica cosa da cui bisogna guardarsi è la maniera, il mestiere. Temo di non riuscire più a sorprendermi, di non essere più come sono ora, con l’ansia e con la paura di non riuscire a fare, di essere capace.

Indipendentemente dall’età, consigli per chi vuole fare lo scrittore di professione?

 Il consiglio essenziale è quello più banale: leggere. Non c’è nessuna scuola di scrittura che possa darti la possibilità di diventare uno scrittore, al di là del talento, se non la lettura. I libri però vanno letti non solo con la passione del lettore puro, ma con l’occhio di chi vuole capire come sono fatti. Come funzionano, come sono stati scritti. Quando inizi a farti queste domande,   Allora non sei più un lettore puro ma un potenziale scrittore.

Il secondo consiglio è la consapevolezza. L’ingenuità va bene in un contesto dilettantistico ed è sana. La consapevolezza non è la maniera o il mestiere, è la convinzione di fare qualcosa e di sapere perché la si fa  Il che non significa avere tutto sotto controllo. Quando inizio un libro so delle cose ma altre non le so. Non so come verrà e come finirà. Però so, e comunque continuamente mi chiedo, che cosa sto facendo e che cosa voglio fare. Se la scrittura deve rimanere all’interno di una dimensione personale va bene qualunque tipo di approccio anche il più nudo, scoperto, il più confessionale o diaristico. Se la scrittura deve diventare un lavoro deve essere una continua ricerca della consapevolezza del gesto. E’ un continuo domandare, non sempre ci sono le risposte. Ma se io non mi facessi delle domande sarebbe difficile arrivare a una fine.

Vale a dire: dove voglio arrivare? Cosa voglio dire?

Esattamente. Non esiste uno scrittore inconsapevole e il mito dell’ispirazione va abbattuto. L’ispirazione è il momento iniziale, ma poi va comunque lavorata. Quando Tabucchi dice che la letteratura è una questione di seggiola, intende: sì, sei stato ispirato, ora però la tua ispirazione devi farla fruttare. Quindi, puoi stare anche per un giorno intero su una pagina o su una frase perché semplicemente non viene bene, non è come la vuoi. Un libro finisce quando pensi che non potevi fare meglio. E questo non significa che sia venuto bene.

A cosa sta lavorando?

 A un nuovo romanzo e mi trovo in una fase molto delicata. Ho un periodo di gestazione molto lungo che non è di scrittura. Ho un quaderno dove a mano segno delle scene, idee che mi vengono in mente. Quando il quaderno è pieno allora inizio a scrivere. E’ quello che sto facendo e spero di concludere questo romanzo per l’autunno.

di Luisella Berti

 

 

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