In panchina contro la solitudine

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Ad Harare, in Zimbabwe, alcune nonne supportano un team di psichiatri mettendosi all’ascolto di persone colpite da sindrome ansioso-depressiva

«È una calda mattina di Agosto ad Harare, capitale dello Zimbabwe. Farai, una giovane madre di 24 anni, sta camminando verso una panchina. Sembra infelice e sconsolata. Su quella stessa panchina è seduta una donna di 82 anni, conosciuta da tutta la comunità come “Nonna Jack”. La giovane le consegna un fascicolo e si siede accanto a lei. Nonna Jack sfoglia il documento, lo legge in un lungo silenzio, poi respira profondamente e rivolgendosi alla ragazza dice: “Sono qui per te. Ti va di raccontarmi la tua storia?”».

È così che inizia il racconto dello psichiatra Dixon Chibanda nel suo convegno per Ted, il marchio di conferenze statunitensi che gira il mondo con l’obiettivo di diffondere idee innovative (www.ted.com). Il progetto del professor Chibanda, nato nel 2006 in Zimbabwe, è senz’altro innovativo e nasce da una necessità: prestare assistenza a chi è affetto da disturbi ansiosi e depressivi. Nella lingua locale (Shona) queste patologie sono riconosciute e descritte con termini come “pensare troppo”, “profonda tristezza” e “cuore sofferente”. Il Paese supera i 16 milioni di abitanti e una persona su quattro soffre di uno di questi disturbi ma, nonostante l’incidenza, si registrano solo 11 psichiatri, 20 cliniche psicologiche e 9 istituti di salute mentale in tutto lo Stato. È per questa carenza di professionisti che il professor Chibanda ha dato vita alle “Panchine dell’Amicizia” (Friendship Bench). Durante la conferenza racconta di aver perso una paziente per suicidio nel 2005: «Doveva venire da me per un incontro, ma sua madre non l’ha portata perché non potevano permettersi il prezzo del bus. Mi sono reso conto che non potevo semplicemente aspettare che la gente venisse nel mio studio, così ho iniziato ad esplorare nuove misure per implementare l’assistenza psicologica in Zimbabwe». Le nuove misure prevedono l’impegno delle nonne della comunità: a Mbare, un sobborgo della capitale zimbabwese, sono 14 le donne che hanno preso parte a questo progetto.

Ma perché proprio le nonne? Secondo il dottor Chibanda, erano già di sostegno alla comunità e con le “Panchine dell’Amicizia” è stato solo formalizzato il loro ruolo: «Avevamo bisogno di persone che, come i terapeuti, sapessero ascoltare, dimostrassero empatia e capacità di riflessione, ed è esattamente ciò che fanno le nonne. I requisiti fondamentali per entrare nel nostro programma sono saper leggere, scrivere e utilizzare uno smartphone. Offriamo una formazione di tre mesi sulla talk therapy: il primo mese è teorico e insegniamo come programmare l’attività, successivamente c’è una fase pratica in cui si svolgono molte simulazioni e, solo alla fine, si entra in contatto con i pazienti veri».

di Anna Maria Melloni

Centro Studi 50&Più

 

(L’articolo completo è pubblicato su 50&Più del mese di Aprile  2019)

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