Il nuovo corso dell’Arabia Saudita

0

L’omicidio di Jamal Khashoggi non è solo un attacco alla libertà d’informazione, ma rivela lo scontro tra Turchia e Arabia Saudita per la leadership in Medio Oriente

L’efferato omicidio del giornalista Jamal Khashoggi – ucciso lo scorso 2 ottobre da un commando di killer nel consolato saudita a IstaNbul – apre due ordini di questioni. La precarietà del mestiere di informare, specie se esercitata contro “poteri forti” in contesti di scarse garanzie democratiche, e insieme la cronica instabilità dello scacchiere mediorientale, dove l’operazione di restyling dell’Arabia Saudita ad opera del principe ereditario Mohammad bin Salman mostra tutti i suoi limiti e, alle spalle del malcapitato Khashoggi, si gioca una complessa partita politica di “seduzione” degli Stati Uniti, guardiani storici della regione.

Voce critica nei confronti del nuovo corso del governo saudita, corrispondente per conto di numerose emittenti estere, Jamal Khashoggi faceva pur sempre parte dell’élite che ancora oggi detiene il potere a Riyadh. Non aveva certo una visione politica “moderna” nel senso occidentale del termine: era convinto che nessuna riforma del mondo arabo potesse prescindere dall’Islam politico ma, al tempo stesso, nel suo ultimo editoriale auspicava la creazione di un canale di informazione globale della Umma, indipendente dagli interessi dei governi nazionalisti. Nel settembre del 2017 aveva lasciato l’Arabia, in volontario esilio, per sottolineare la sua opposizione all’intervento dell’esercito in Yemen e alle riforme del principe Mohammad. Da allora si era scagliato con forza contro il governo saudita fino a diventare persona “scomoda” e ad attirarsi il trattamento brutale subito il 2 ottobre dello scorso anno.

Secondo le ricostruzioni della polizia turca, Khashoggi si sarebbe recato presso il consolato saudita a Istanbul per ottenere i documenti necessari al matrimonio con una giovane ricercatrice turca; qui sarebbe stato raggiunto da un gruppo di agenti del governo di Riyadh, atterrati quello stesso giorno su jet privati nell’aeroporto cittadino, sarebbe stato torturato, ucciso e fatto a pezzi per essere agevolmente trasportato fuori dall’edificio, infine i suoi resti sarebbero stati eliminati in modo tuttora ignoto. Il governo saudita aveva inizialmente sostenuto che Khashoggi fosse uscito vivo dal consolato, attraverso una porta secondaria, ma i filmati delle telecamere dell’edificio non confermano questa tesi. Alla fine, cedendo alle pressioni dell’opinione pubblica mondiale, Riyadh ha ammesso che il giornalista è stato ucciso nel consolato. Da fonti arabe risulta che il principe Mohammad incolperebbe alti funzionari dei servizi segreti di aver agito autonomamente per giungere a un rimpatrio forzato di Khashoggi. La morte del giornalista sarebbe il frutto di un interrogatorio degenerato, ma le modalità di occultamento del cadavere e il ricorso a un commando di killer esperti, tutti identificati dalla polizia turca, farebbe piuttosto propendere per l’omicidio premeditato.

 

di Leonardo Guzzo

 

(L’articolo completo è pubblicato su 50&Più del mese di Febbraio  201

No comments

Brexit, alla vigilia del voto

«Il Regno Unito dovrebbe rimanere nell’Unione Europea o lasciarla?». Il 23 giugno gli elettori britannici saranno chiamati a rispondere a questo semplice quesito. Attraverso un ...