Danilo Rea: il jazz non dà certezze, ma può regalare una grande libertà

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Da oltre quarant’anni “improvvisa” sui tasti del pianoforte acclamato dai jazzofili, ma non solo, di tutto il pianeta. Il suo è tra i pochi nomi italiani accolti nell’élitaria e ambita The Biographical Encyclopedia of Jazz, di Leonard Feather e Ira Gitler

È capace – come pochi – di consegnare al pubblico, magnetizzato, concerti irripetibili. L’improvvisazione, naturalmente, è il suo tratto inconfondibile. Immediata e coinvolgente, per un repertorio senza barriere. Anche per questo Danilo Rea – il pianista di fiducia dell’indimenticabile Pino Daniele, di Mina, di Claudio Baglioni… – ha ormai conquistato e consolidato un ruolo singolare nel paesaggio musicale contemporaneo. Non a caso, giovanissimo, era conteso dai più grandi solisti statunitensi in tournée in Italia negli anni Settanta. Si è esibito con leggende del jazz quali Chet Baker, Lee Konitz, John Scofield, Joe Lovano, Art Farmer. Oggi è lui, pendolare intercontinentale, a girare il mondo. Sulle ali del successo. Ma con i piedi ben piantati nella normalità.

Sessantuno anni compiuti il 9 agosto scorso, due matrimoni, due figli, protagonista e testimone del rivoluzionario linguaggio musicale nato un secolo fa, ne ha di cose di raccontare. Lo abbiamo intervistato.

Danilo Rea, è vero che da piccolo giocava con il piano?

Ho cominciato a studiare pianoforte presto, all’età di 6 anni. I miei genitori si erano accorti che ero portato per la musica. Non erano musicisti, ma amavano la musica e assecondavano la mia passione. Nella migliore tradizione della media borghesia, mi affidarono ad un’insegnante privata. Poi mi regalarono il primo pianoforte, un Hoffmann & Kuhne verticale.

Che allievo era?

Incostante. Non amavo il solfeggio. Ma è stata la mia fortuna.

Eppure si è diplomato al Conservatorio di Santa Cecilia con il massimo dei voti.

Ho avuto ottimi insegnanti. Ma mi sono sempre detto: «Non ho il temperamento da concertista classico».

Tra i suoi maestri ce n’è qualcuno che ricorda con particolare affetto?

Liliana Vallazza. Discepola di Alfredo Casella, enfant prodige già a tredici anni, al Premio Clementi era arrivata prima davanti ad Arturo Benedetti Michelangeli. La maestra Liliana non si limitava all’insegnamento al Conservatorio. Se intravedeva delle potenzialità, integrava con lezioni supplementari a casa sua.

Lei, tuttavia, nonostante la sua solida formazione classica, grazie anche all’intransigenza di Liliana Vallazza, ha imboccato tutt’altra strada.

La musica per me è libertà espressiva, anche se da tutte le parti si cerca continuamente di tracciare dei confini. Alla fine penso di aver ottenuto nel jazz gli stessi risultati che avrei conseguito nella classica. I miei coetanei allora non pensavano al jazz. Il rock era il padrone assoluto della scena musicale nel mondo.

Intervista di Paola Stefanucci

(L’articolo completo è pubblicato su 50&Più del mese di Settembre 2018)

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