Giorgio Re: «Il futuro è già iniziato, sta a noi centenari indicarlo alle nuove generazioni»

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Il Presidente onorario di 50&Più ha raggiunto il traguardo del secolo, un’occasione per incontrarlo e farsi raccontare come è cambiata l’Italia. La trasformazione più importante e radicale di questa società? «La creazione di un rapporto più autentico tra le generazioni»

Pensate a un centenario. Occhialetti, bastone, passo stentato. Se foste sintonizzati su questa immagine, converrebbe che cambiaste subito frequenza. Avere cento anni, oggi, significa infatti molto altro. Specie se, di fronte a voi, c’è qualcuno come Giorgio Re (Presidente onorario 50&Più): un secolo di vitalità, lavoro, ottimismo e tenacia. Ci accoglie in casa, a Milano, con la stessa verve di qualche anno fa, quasi stupito dal fatto che questi suoi cento anni siano un passaggio davvero significativo da sottolineare: è nato nel 1919 e questo mese spegne un mucchio di candeline. «Sono tanti cent’anni – ci dice -; ho quasi vergogna a parlarne». Eppure si apre: ci parla dell’Italia, dei suoi esordi nel commercio tutta da ricostruire, del mondo associativo che gli ha dato tanto, di una famiglia piccola e unita che è tutta lì, intorno a noi.

Presidente, cosa significa raggiungere un traguardo come quello dei 100 anni?

È una soddisfazione per la quale il mio più grande ringraziamento va al Padreterno. Di mio, ci ho messo il vivere la vita con moderazione: non risparmiandomi sul lavoro ma mantenendomi misurato nel divertimento come nell’alimentazione. Penso che il mio corpo non possa troppo lamentarsi: l’ho tenuto con cura.

Che significa avere 100 anni?

Sono tanti cento anni e ho quasi vergogna a parlarne. Eppure cominciano a essere sempre più frequenti i centenari. Sono piantine che si sollevano sempre con maggior frequenza. Oggi li festeggiamo, ma vedrete: da qui a un futuro breve, saranno sempre di più. Magari voi vivrete fino a 150.

Le dà gioia aver raggiunto questa età?

Mi sembra quasi un sogno e mi sentirei ancora in grado di spendermi in ogni modo se non fosse che le gambe non sono proprio più quelle di una volta. Lo spirito no, quello resta sempre lo stesso!

Lei ha guidato per anni la 50&Più. Cosa si sente di aver lasciato?

Sono dell’idea che se si semina bene, si raccoglie bene. Quando sono stato nominato presidente, la prima cosa che ho fatto è stata abbracciare tutti. Ho voluto creare una famiglia, ma sta a voi dire se ci sono riuscito. Questo forse è il mio unico merito.

Come è iniziata la sua esperienza nel mondo del lavoro?

Mi sono iscritto all’Università Bocconi che la Seconda Guerra Mondiale era già in corso. Sono stato studente e ben presto soldato perché, nel ’42, se non eri in dirittura di tesi, venivi chiamato alle armi. Una volta tornato, con un Paese di fronte tutto da ricostruire e l’entusiasmo giovanile di quegli anni, non ci ho pensato su: mi sono buttato a capofitto nel lavoro lasciandomi alle spalle l’università.

 

intervista di Giada Valdannini

 

 

(L’articolo completo è pubblicato su 50&Più del mese di Gennaio  2018)

Giorgio Re

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