Il diritto di amare a modo nostro

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Da qualche mese va in onda su Rai Tre una serie di ritratti di coppia che si intitola Non ho l’età, tutti i giorni, dal lunedì al venerdì. Quelli che “non hanno l’età” non sono, come ai tempi dell’omonima canzone (ve la ricordate? La cantava Gigliola Cinquetti), adolescenti, bensì anziani. Donne e Uomini che hanno compiuto e superato il settantesimo anno d’età.

h_21.LON104377-cmykE che si sono innamorati l’uno dell’altra, sono andati a vivere insieme, si sono addirittura sposati.

Sono, la maggior parte, o forse tutti quelli che ho visto io, persone che si definirebbero “semplici”, figli di un Italia contadina o operaia. Raccontano il loro amore, certe volte iniziato e fallito in gioventù e poi realizzato, o per caso o essendosi cercati e ritrovati, da vecchi.

Parlano senza censure, insediati nei loro tinelli e salottini, si baciano e, sullo schermo, compaiono mazzi di cuoricini rossi in animazione.

Quando decido di assistere a quella quota quotidiana di speranza romantica, provo, per lo più, un senso di disagio. Il messaggio è dichiaratamente positivo, ma a me pare melanconico. Come mai? Sono forse quei primi piani implacabili su volti devastati dai segni del tempo? Oppure è proprio il programma in sé, che mi irrita? Dopo lunga e contorta riflessione, ho deciso che è il programma in sé. Mi spiego: mi pare che gli “anziani innamorati” vengano presentati come fenomeni, provo lo stesso fastidio che provo quando qualche mamma esibisce una coppia di bimbi in età prescolare e cinguetta soddisfatta: «La mia piccola Gioia ha il fidanzatino».

 

di Lidia Ravera 

(L’articolo completo è pubblicato su 50&Più del mese di Aprile 2018)

 

 

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