Fulvio Ervas: «Vi racconto la mia nonnitudine»

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Fulvio Ervas, insegnante di Scienze naturali, classe 1955, appare nelle cronache letterarie alle soglie del Terzo millennio. Subito conquista lettori (e cinespettatori) con le vicende, in sette –per ora- romanzi del suo ispettore Stucky.  Non solo gialli: la bibliografia dello scrittore veneziano annovera in totale tredici romanzi, tutti pubblicati con Marco y Marcos. Alcuni titoli: Follia docente, Se ti abbraccio non aver paura (tradotto in nove lingue), Tu non tacere. L’ultimo è Nonnitudine: un neologismo da lui coniato per raccontare la sua nuova condizione esistenziale. Perché, sì, Fulvio Ervas è (già) nonno.

Nonnitudine_primaFulvio Ervas,  tra “nonnità” e “nonnitudine”, c’è differenza?

Cercavo un titolo già prima di iniziare il romanzo. Sappiamo che un punto nello spazio è definito da due coordinate: la longitudine e la latitudine. Mi chiedevo se, per una persona, possono bastare due dati per capire dove sia o dove sia arrivata. Se non ci fosse bisogno di una coordinata fatta di tempo e di sentimenti. Così ho inventato nonnitudine: una coordinata del tempo che fluisce. Dove sono e cosa provo.

Da quando è nonno e che cosa è cambiato nella sua vita con l’arrivo del suo nipotino?

Il piccolo Aiaia, come lui stesso si denomina, ha due anni e mezzo.  Io ho cercato di raccontare quello che mi stava succedendo da 0 a due anni. Sembrerebbe l’indicazione di una marca di pannolini. Eppure, durante questo lasso di tempo, avvengono trasformazioni strepitose (la battaglia contro la gravità, la coordinazione motoria, la parola, il riso, la rete di relazioni, le prime maniacali abitudini) che riassumono le centinaia di migliaia di anni di evoluzione del genere Homo. Osservarli, con amore e coscienza, osservarli dotati di tempo e di maturità, permette d’innamorarsi della vita, delle sue possibilità. Permette di stupirsi ancora, mentre il bambino si stupisce ogni volta. C’è qualcosa di più profondo di un rinnovato stupore?

È opinione comune che le nonne siano più preparate dei nonni alla nuova dimensione relazionale. È vero, secondo lei?

Sì, lo sostengo in ogni angolo del libro. Quella che racconto è la nonnitudine di un maschio. Non ci penso nemmeno a competere con la sensibilità femminile in materia di cura dei bambini. Il naso femminile ha supersensori per le molecole del sonno, della fame, della cacca, del talco e del mal di pancia. Le nonne sono pittrici e i nonni meccanici. Con qualche eccezione, certo. E si può imparare, certo. Ma bisogna, con onestà, riconoscere una superiorità quando è manifesta.

Uno scrittore è sempre un osservatore attento del paesaggio umano:  dal suo punto di vista qual è, oggi, la condizione dei nonni?

Sono in corso, nella società italiana, profondi cambiamenti demografici. Che la gente comune, e pure la classe politica, sottovaluta quando non ignora. L’allungamento della vita, il basso tasso di natalità, l’età avanzata in cui si ha un primo figlio, l’uscita tardiva dei giovani dalla famiglia. Tutto questo rimescola, e condiziona, la società reale, le dinamiche economiche, abitative, il welfare. La stessa struttura relazionale.  Il nonno, che adesso è troppo spesso un bancomat per la famiglia e un paracarro all’uscita delle scuole (supplendo così alle difficoltà economiche e lavorative dei figli), perde l’autorevolezza. Diventa un aiutante domestico e la relazione diventa integrazione di welfare. Non è una cosa del tutto sana. Oltretutto, se aumenta l’età a cui si decide di fare un figlio, i nonni saranno, giocoforza, anzianissimi all’arrivo del primo nipote. Insomma, stiamo dentro a una rivoluzione familiare che sarà interessante seguire. Per capire davvero chi siamo e cosa saremo.

I nonni italiani sono autorevoli o accondiscendenti?

Mah, credo che si sentano in dovere (dentro una società in cui i legami di sangue sono molto forti e la prossimità tra figli e genitori elevatissima) di essere una sorta di badante dei piccoli. In questo c’è anche molta generosità, arrivare dove non arrivano le istituzioni. Farsi carico, con responsabilità. Questo viene svolto anche molto bene, ci sono esempi meravigliosi di rapporti nonni-nipoti di alto livello umano e morale. Io credo che questo aspetto, rispetto al ciclo generazionale precedente, sia cresciuto. Che le difficoltà sociali, cioè, stiano creando l’opportunità di rafforzare un ruolo rendendolo più efficace, forse ancor più umano. In questo c’è un po’ di autorevolezza e anche di accondiscendenza. Si educa sempre miscelando con sapienza. Ma soprattutto c’è una minore distanza.

Lei, che ricordo ha dei suoi nonni?

Il ricordo dei nonni è spesso una costruzione della memoria, una narrazione. Non credo sia possibile una valutazione oggettiva di queste figure, a posteriori. I miei abitavano uno spazio emotivo e relazionale più distante. Avevano molti nipoti, mentre io ne ho uno solo (e questo muta la densità relazionale). Ricordo in particolare il mio nonno paterno che a soli 18 anni, era nato nel 1899, andò in guerra lungo il Piave. Dopo pochi mesi venne ferito e lui raccontava, a tutti i suoi nipoti, che quella è stata la sua più grande fortuna, perché scampò alla guerra. Lui mi ha insegnato che la pace è un lusso sfavillante.

di Paola Stefanucci 

Fulvio Ervas

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