Flat tax ed equità: il fisco dimenticato

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La promessa di cambiare il sistema fiscale è rimasta schiacciata tra le due proposte di politica economica: il reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni

L’arte di governare per la buona politica si misura attraverso gli atti compiuti. Le leggi varate in modo definitivo e la loro positiva ricaduta sulla vita dei cittadini ne sono la vera prova.

Dopo dieci mesi dalle elezioni del 4 marzo 2018 e a più di sei mesi dalla stesura del famoso contratto, il Governo del cambiamento ha partorito molti annunci e poca policy, gran confusione e incertezza. La promessa di avviare un percorso in grado di cambiare il sistema fiscale, che aveva nella Flat Tax il suo pezzo migliore, è rimasta schiacciata tra le due proposte di politica economica del M5S e Lega: il reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni (Quota 100), entrambi ancora in cerca del loro punto di equilibrio. Recentemente Beppe Grillo, in maniera provocatoria, ha sentito il bisogno di sottolineare che “arriveremo a non capire più chi siamo, dove siamo e cosa facciamo, dove andiamo e cosa stiamo pensando”. Malumori dovuti alle divisioni interne e a posizioni poco decise del partito.

Come si è detto la Flat Tax, che dovrebbe coinvolgere l’intera platea dei contribuenti, non partirà subito. Anche per il 2019 la pressione fiscale resta invariata, ferma al 42,4% del Pil (Prodotto Interno Lordo).

» TITOLARI DI PARTITA IVA

A partire da quest’anno, invece, a beneficiarne saranno esclusivamente i titolari di Partita Iva (imprenditori, commercianti, artigiani, artisti e professionisti) con redditi ragguagliati ad anno non superiori a 65.000 euro: è questa, infatti, la soglia massima decisa dall’Unione Europea con cui ha autorizzato l’Italia ad avvalersi, per il 2019, del regime di favore delle piccole Partite Iva con l’applicazione di un’imposizione secca del 15% (5% per i primi 5 anni di attività). Dal 2020 il regime contributivo sarà esteso ai contribuenti con ricavi/compensi fino a 100.000 euro, ma con alcune differenze:

  • il reddito andrà determinato nei modi ordinari;
  • la tassazione sarà un po’ più onerosa (l’aliquota è fissata al 20%);
  • non è previsto l’esonero dall’obbligo della fatturazione elettronica.

Non si tratta di una nuova disciplina, ma dell’ampliamento e adattamento del già esistente regime forfettario per professionisti e imprese di dimensioni ridotte con una sostanziale riduzione degli adempimenti fiscali. Con l’innalzamento del limite dei ricavi per l’accesso, si calcola che potranno fruirne circa 800.000 contribuenti, superando la metà di tutte le imprese individuali e dei professionisti.

In base ai dati resi noti dall’Amministrazione Finanziaria, più del 65% delle persone fisiche titolari di reddito d’impresa dichiara ricavi inferiori a 65.000 euro e addirittura il 75% dei lavoratori autonomi percepisce compensi annui al disotto di detta soglia.

» IL BANCOMAT DEI PENSIONATI

Sacrificata, dunque, la vera Flat Tax o quanto meno rinviata la parola d’ordine più cara alla Lega, “detassare”, anche se i Governi cambiano, la tentazione di mettere le mani in tasca ai pensionati resta. Fra i capitoli più caldi della riforma previdenziale prevista nella Legge di Bilancio 2019, c’è il taglio alle pensioni d’oro, su cui il dibattito è molto acceso fra i due vice premier.

Al momento, il meccanismo più semplice potrebbe essere un contributo di solidarietà per qualche anno da parte dei pensionati con pensioni al di sopra dei 90.000 euro l’anno, con una soglia del taglio da 4.000 a 5.000 euro netti mensili e con l’esenzione che per legge o per altri motivi gli interessati sono stati obbligati a lasciare il lavoro prima dell’età della vecchiaia (donne dirigenti “esodati,” militari).

È stata, poi, avanzata l’ipotesi di un abbattimento del 25-50% dell’adeguamento annuale al costo della vita (per il 2019 pari al 1,1%) per le pensioni superiori a 2.500 euro netti mensili, colpendo una platea di circa 2 milioni di pensionati. L’obiettivo dell’intervento sarebbe quello di incassare circa 300 milioni di euro l’anno.

Da oltre 20 anni sulle indicizzazioni delle pensioni ci sono stati molti interventi contraddittori e con l’unico scopo di produrre risparmi non finalizzati a sostenere il sistema previdenziale.

Le pensioni in alcuni periodi non hanno ricevuto la perequazione o hanno subìto differenti indicizzazioni con una riduzione strutturale non più recuperabile di quasi il 30% del loro potere d’acquisto.

Oltre a subire l’erosione con l’inflazione del proprio tenore di vita, i pensionati subiscono anche una tassazione più pesante rispetto ai lavoratori dipendenti.

A fronte, per esempio, di un reddito di 15.000 euro l’anno sullo stipendio l’Irpef dovuta è pari a 1.886 euro mentre sulla pensione l’imposta sale a 2.153 euro con una differenza di 267 euro, e ciò provocata dalla mancanza, per i pensionati, della prevista detrazione da lavoro dipendente (vedi Tabella A). 

Senza contare, poi, la mancata estensione sempre ai pensionati del bonus Irpef di 80 euro mensili concesso, solo ai dipendenti dal precedente governo “Renzi”.

Guardando agli altri Paesi Europei si scopre anche che i pensionati vengono tassati molto meno. Su una pensione pari a tre volte il trattamento minimo (19.789 euro) l’Italia ha la tassazione più alta d’Europa (vedi Tabella B).

Le soluzioni adottate fino a oggi per i pensionati non sono state essenzialmente ispirate a criteri di ragionevolezza.

La realtà ci dice che le incertezze crescenti, le promesse vaghe, stanno creando molto panico tra i pensionati, i quali hanno pochissimi benefici fiscali sul loro reddito previdenziale, tassato non alla pari degli altri redditi, mentre sarebbe ragionevole e doveroso, oltre i 70 anni, ridurre proporzionalmente il carico in funzione dell’età e del livello certificato di autosufficienza fino ad azzerare le imposte oltre gli 85 anni.

È ora che si intervenga nei loro confronti, riconoscendo il ruolo che hanno avuto ed hanno per la crescita e lo sviluppo del Paese. Spesso, in questi anni di crescita economica, con le loro pensioni e con il loro lavoro di cura hanno sostenuto figli e nipoti, disoccupati e inoccupati, sostituendosi ad uno stato sociale insufficiente ed inefficiente. Meritano invece grande rispetto ed attenzione, valorizzando il loro ruolo di persone anziane e pensionate. È importante che questo Governo guardi al passato per dare al futuro una risposta migliore che pensionandi e pensionati si aspettano.

a cura di Gianni Tel

(Tratto da 50&Più, nr. 1 – Gennaio  2019 – Tutti i diritti riservati)

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