Enrico Letta: «Bisogna capire come si è arrivati a questo presente, per superarlo»

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È in libreria con Ho imparato (Il Mulino), un viaggio tra i giovani e l’esperienza del contatto con loro, per parlare di Europa e di Italia. La stessa per cui auspica un cambio di direzione, la capacità di affrontare le sfide e un ruolo da protagonista

Guai a parlargli di ritorno in politica. Enrico Letta, l’ex presidente del Consiglio, ha lasciato il suo seggio in Parlamento nel 2015. Da allora e dopo essere partito per la Francia per dirigere l’Istituto di Studi Politici di Parigi, dove insegna, dice: «Mi sono dimesso dal Parlamento, non dalla politica. L’impegno coi giovani, l’insegnamento, questo libro, la partecipazione al dibattito culturale del mio Paese, cos’altro sono se non politica?». Lo dice a 50&Più all’indomani della pubblicazione del suo Ho imparato (Il Mulino), l’istant book in cui fa il punto sull’attualità. «La strada che ha preso l’Italia non mi piace – sottolinea -. Vorrei che si cambiasse direzione. Nel libro provo a elaborare idee lanciando proposte concrete». Occorre, a suo avviso, «interrompere una sequenza fatta di errori e illusioni, tra sovranismi e rottamazioni, che ha portato a un’Italia sempre più ripiegata su se stessa. Per affrontare le sfide dell’immigrazione, del declino economico e culturale, della sostenibilità ambientale, e per un’Italia davvero protagonista di una nuova Europa». La stessa che lui definisce un’«Italia mondiale». Riflessioni che si fondano su tre convinzioni: «La prima è che per superare questo presente bisogna innanzitutto capire come ci si è arrivati. La seconda è che si deve superarlo andando avanti e non indietro. La terza, la più importante, è che non c’è niente di più bello che imparare». Ecco perché Enrico Letta è ripartito proprio da qui, dall’insegnamento: «Gli anni successivi alle dimissioni sono stati il periodo più interessante della mia vita».

Dopo aver abbandonato una prestigiosa carriera politica, ha scelto di dirigere l’Istituto di Studi Politici di Parigi ripartendo dall’insegnamento. Nel suo libro Ho imparato dice che “non esiste priorità più urgente dell’istruzione”. Che futuro avranno i giovani? Quali differenze sostanziali ha potuto riscontrare tra i giovani italiani e quelli degli altri Paesi europei?

Questa esperienza a contatto coi giovani – insieme a quella, contestuale, che porto avanti in Italia con la Scuola di Politiche, il luogo di formazione delle classi dirigenti che ho fondato nel 2015 per dare a 100 ragazzi all’anno, gratuitamente, l’occasione di conoscere da dentro il funzionamento delle istituzioni nazionali ed europee – ha contribuito a fare degli anni successivi alle dimissioni dal Parlamento il periodo più interessante della mia vita. Dai ventenni ho imparato moltissimo; è uno scambio continuo di stimoli intellettuali.

Come sono gli studenti italiani?

In Università tra i più preparati. Arrivano però con un anno di ritardo rispetto alla maggioranza degli altri. È una condizione di svantaggio superabile. Anche per questo propongo nel libro la riduzione di un anno del ciclo di studi preuniversitari insieme all’innalzamento dell’obbligo scolastico. Immagino una quota 18: a 18 anni si termina, tutti quanti, il ciclo di studi e contemporaneamente si accede al diritto di voto.

intervista di Giada Valdannini

(L’articolo completo è pubblicato su 50&Più del mese di Maggio  2019)

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