C’eravamo tanto odiati: Shel Shapiro e Maurizio Vandelli insieme per “Love & Peace”

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I cantanti e leader dei Rokes e dell’Equipe 84, sull’orlo dei 75 anni, si ripresentano con un album e un tour, riproponendo i brani che li portarono al successo immediatamente prima della rivoluzione del ‘68.

L’episodio non era noto. Roma, 17 febbraio 1965. Festa di inaugurazione del Piper Club, destinato a diventare il locale più importante nella storia della musica giovanile italiana. Sul palco i complessi, allora si chiamavano così, più importanti in Italia: Equipe 84 e The Rokes. Nel camerino di Shel Shapiro, leader dei secondi, bussa ed entra Maurizio Vandelli, leader dei primi. “Cosa ne dici Shel se facciamo un brano insieme per chiudere la serata?”, propone. “Nessuno può venire a dire a me cosa fare o non fare”, risposta gelida con il tipico accento inglese. “Ma vaffa…” e porta sbattuta con violenza.

«Devo dire che lui è rimasto traumatizzato da quella frase. Da 55 anni vive nell’angoscia di me che ho fatto lo str… al Piper. Chiedo scusa umilmente. Fra l’altro non mi ricordo proprio, mi dispiace, cercherò di trattarti meglio», dice oggi Shel, rivolgendosi al “nuovo” amico. Già perché i due si sono messi insieme per un album, intitolato Love & Peace, che rivede e ripropone i brani che hanno fatto la storia delle due band: Ho in mente te, Che colpa abbiamo noi, 29 settembre, È la pioggia che va, Bang bang e così via. Brani che dominarono le classifiche immediatamente prima dello scossone del ’68, in quella che veniva definita l’epoca del beat. «Io sostengo che il beat non sia mai esistito. So cos’è il rock, non il beat», dice chiaro Shel. «Renzo Arbore definì la nostra 29 settembre, che fu un megasuccesso, la canzone che ammazzò il beat in Italia, perché era talmente surreale che gli diede il colpo di grazia», aggiunge Vandelli.

E come definireste le 13 canzoni che si ascoltano nel disco? Revival?

Maurizio Vandelli: Nel disco c’è tanta roba, tante belle canzoni. Il revival ormai lo fanno solo le cover band, non è certo quello di artisti che si mettono a rivedere e a far rifiorire dei pezzi che sono ancora straordinariamente validi, sia come musica che come testi.

 

Non si può non essere d’accordo. Oggi come allora. Per chi ricorda il contrasto tra le due band – ad esempio al mitico Cantagiro del 1966, quando arrivarono prima e seconda al culmine della notorietà – con quelli dell’Equipe 84 che si specchiavano negli atteggiamenti dei Beatles, un po’ baronetti e un po’ trasgressivi, e i Rokes, inglesi trapiantati in Italia (grazie a Teddy Reno che li volle come gruppo di accompagnamento per Rita Pavone), più duri, più protestatari, più grintosi, alla Rolling Stones.

 Il nostro Paese si diverte molto con le figure contrapposte, i “nemici”, da Coppi/Bartali a Pippo Baudo/Mike Bongiorno. Come è nata l’insana idea di allearvi?

Shel Shapiro: Io volevo fare dopo Sarà una bella società uno spettacolo che parlasse dei cinquant’anni dal ‘68, però c’erano delle difficoltà. Il produttore di quello show mi ha detto: «Perché non fai un concerto con Vandelli?», «Con Vandelli, io? Stai scherzando?». Poi però ci ho pensato, ho sentito un paio di amici e la cosa non mi dispiaceva. Così ho chiamato Maurizio e gli ho detto «Io ho avuto un’idea fantastica… cosa ne dici?». Lui ha risposto: «Ma sì, proviamo».

Maurizio Vandelli: La mia versione è ancora più tragica. Questi sono progetti creativi, che vengono in mente, poi vanno. Io mi ero inventato questa unione nel novembre del 2016, mi ero scritto degli appunti, delle idee, delle cose da fare l’un l’altro, persino sul merchandasing. Ho aspettato, ho provato a indagare con il suo bassista, ma non ho mai avuto il coraggio di chiamarlo, perché avevo paura che lui dicesse sì. Poi ha chiamato lui e mi ha detto la stessa cosa. Allora mi è scappato quel sì che ci ha messo in questa tragedia.

Perché questo titolo?

Shel Shapiro: Perché ne abbiamo bisogno. Love & Peace è un concetto biblico che venne portato alla ribalta in quegli anni, e rimane una necessità fisica mia. Credo che chi la pensa diversamente è meglio non faccia musica.

Maurizio Vandelli: È un concetto di quegli anni, che ho vissuto, mangiato e digerito nel tempo. Per me è rimasto uno sprone.

Ci sono stati momenti in cui la canzone ha incrociato gli animi e i palpiti della coscienza giovanile. Dagli Anni ’60, quando cinema e letteratura erano molto lontani dalla gente, fino a metà degli ’80, poi c’è stato uno scollamento, tutto si è frammentato. Per fare felici mille persone allora bastava un titolo, adesso ce ne vogliono 782 di brani, il che rende la vita del musicista piuttosto complicata…

Maurizio Vandelli: Nel nostro mestiere è così: non abbiamo mai la certezza di quello che facciamo. Puoi comporre una canzone bellissima, ma non sei mai certo che abbia successo. Non lo sa nessuno, nemmeno i discografici, che forse hanno una sensazione migliore. Inoltre oggi c’è un surplus di produzione. Ci sono gli studi casalinghi, un sottobosco produttivo che prima non c’era. È più difficile fare il musicista.

Per voi, possiamo dirlo, lo è stato già con l’arrivo del ‘68…

Shel Shapiro: Il ’68 in qualche modo ha deciso la fine dei Rokes, perché era evidente che chi ci seguiva con l’idea della rivoluzione aveva fatto suo il concetto che la rivoluzione deve generare cose nuove. Noi non eravamo nuovi, eravamo prerivoluzione, così era impossibile proporre qualunque idea ed essere credibili. Solo i nuovi avrebbero potuto. I Pooh sono sopravvissuti perché sono arrivati a pelle, anche i Nomadi per quattro o cinque anni vagarono in un limbo. Nessuno ci ha detto “siete finiti”, però si capiva che si doveva cambiare, doveva succedere qualcosa.

Maurizio Vandelli: Io ho fatto presto. Non nel ‘68, ma giù di là ho cambiato mestiere. Mi sono messo a fare il pubblicitario. Ad esempio ho realizzato lo spot del primo disco di Fiorello. Ho cambiato totalmente direzione, perché la situazione non mi soddisfaceva più.

Adesso il ritorno però è in grande stile. Ci sarà anche un tour che parte da Firenze il 10 dicembre e toccherà i teatri di numerose città (vedi www.tridentmusic.it/eventi-trident-music/shapiro-vandelli-tour-2018), per poi passare più avanti ai palasport. Cosa dobbiamo aspettarci?

Maurizio Vandelli: Uno spettacolo con più di 30 canzoni, per circa due ore e un quarto di musica. Un megaschermo, grandi effetti di luci e laser. Non possiamo fare di meno oggi.”

Shel Shapiro: Soprattutto noi ci dobbiamo divertire. E ci divertiamo suonando. Da quando avevo 18 anni mi diverto suonando. Potevo anche non guadagnare, ma la mia felicità era nell’emozione di comunicare, di fare qualcosa che tocca il prossimo. Suonare per 40 minuti è da “ladri”, farlo per 90 è un po’ da pigri, oltre le due ore va bene. Poi siamo in due, non è che ci ammazziamo.

«Due ore tu le reggi perché siamo in due. Io però vado fuori di testa perché abbiamo cambiato gli accordi che suono da 50 anni per adeguarli alla sua tonalità, che è molto più bassa della mia. Arriverò al concerto sfasato, ma sarà davvero bello. Se pensa solo alle canzoni nostre… ce n’è! E poi la musica, per quel che mi riguarda, non arriva solo dalle orecchie. Arriva addosso alle persone. Noi la intendiamo così. Qualcosa di bellissimo, di invasivo, qualcosa che ti travolge», conclude Maurizio.

di Raffaello Carabini

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