Addio a Fabrizio Frizzi, il volto cortese della tv

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Fabrizio Frizzi, ci ha lasciati. È accaduto durante la notte, a Roma, presso l’ospedale Sant’Andrea, dove era stato ricoverato per un’emorragia cerebrale. A darne l’annuncio è stata la famiglia del conduttore, in una nota a nome della moglie Carlotta, del fratello Fabio e dei familiari:«Grazie Fabrizio per tutto l’amore che ci hai donato».

Frizzi aveva compiuto 60 anni il 5 febbraio, ed era tornato a farci compagnia sugli schermi, dopo il malore dovuto ad un’ischemia che lo aveva colpito il 23 ottobre scorso, durante la registrazione di una puntata del programma L’Eredità,  malattia che lo aveva tenuto lontano dalla ribalta per alcuni mesi e contro cui ancora stava lottando.

Così la Rai commenta la notizia della morte di Fabrizio Frizzi: «Con Fabrizio se ne va un pezzo di noi, della nostra storia, del nostro quotidiano. Non scompare solo un grande artista e uomo di spettacolo, con Fabrizio se ne va un caro amico, una persona che ci ha insegnato l’amore per il lavoro e per l’essere squadra, sempre attento e rispettoso verso il pubblico. Se ne va l’uomo dei sorrisi e degli abbracci per tutti. L’interprete straordinario del coraggio e della voglia di vivere. E’ impossibile in questo momento esprimere tutto quello che la scomparsa di Fabrizio suscita in ognuno di noi. Così la Rai tutta, con la presidente Monica Maggioni e il direttore generale Mario Orfeo, può solo stringersi attorno a Carlotta e alla sua famiglia in questo momento di immenso dolore».

Noi di 50&Più, avevamo dedicato una copertina a Fabrizio Frizzi nel dicembre 2015; ora vogliamo ripercorrere quel tratto della nostra storia insieme al conduttore, riproponendo l’intervista che, per l’occasione, rilasciò a Giada Valdannini.

• Il ricordo di Giada Valdannini. Fabrizio Frizzi? Quando lo intervistai fu una sorpresa 

IL SEGRETO DEL MIO MESTIERE? CRESCERE, SUPERARSI, RINNOVARSI OGNI GIORNO

Figlio di un imprenditore cinematografico, è nato e cresciuto a Roma, la stessa città in cui ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo. Oggi, a 57 anni può vantare una carriera con numerose trasmissioni di successo. Due anni fa, la nascita di Stella, sua figlia, che gli ha regalato una grande carica

COVER OK_Layout 1QUARANT’ANNI di carriera, di cui trenta nel piccolo schermo. Tv, cinema, teatro ma anche radio e doppiaggio. Sono i volti di Fabrizio Frizzi, uno dei personaggi Rai più noti, la cui cifra è da sempre il garbo e un amore appassionato per un mestiere che definisce «di artigiano dello spettacolo». Un evergreen, che ha saputo rinnovarsi, convivendo, prima di ogni diretta, col timore «di essere inadeguato, di non essere all’altezza», nonostante poi sia il conduttore con più trasmissioni all’attivo: «Mi tiene testa solo Pippo Baudo». Sul fronte personale, il 2013 gli ha regalato Stella, sua figlia, «adrenalina pura». La paternità a cinquant’anni – dice – «ti dà la straordinaria sensazione che tutto riparta. Ti cambia le priorità. Il lavoro resta importante, ma Stella è al primo posto»

Qual è il segreto di una carriera così lunga?

La carriera effettivamente è lunga e speriamo di allungarla ancora un po’ perché mi diverto molto e ho diverse sfide con cui confrontarmi. Anzitutto con me stesso. Lo stimolo è sempre stato quello di crescere, superarsi, non essendo mai come il giorno prima. Che è un po’ il segreto di chi fa il nostro mestiere: rinnovarsi senza stravolgere, ma rinnovarsi. Aggiungere ogni giorno un tassello per il salto successivo, altrimenti vengono a mancare gli stimoli. Come ha iniziato? Con la radio, trentanove anni fa, quando misi piede per la prima volta a Radio Antenna Musica. All’epoca, fuorilegge – visto che quel genere di attività era proibito -, ma poi la realtà ha superato i codici e la legge si è dovuta adeguare. Ho iniziato nel ’76, a diciotto anni. Grazie a quei microfoni, feci una parte di gavetta che mi è stata poi utile dopo, confrontandomi con gli errori, anche se già allora stavo attento ad essere sempre dignitoso. A non doversi vergognare una volta uscito dallo studio, per ciò che si è detto.

Il programma cui è più affezionato?

Con gli anni, ho cominciato a dire Scommettiamo che…?, ma, in realtà, devo molto anche a I Fatti vostri che è stato il primo con responsabilità davvero “da adulto”. Mi ha fatto crescere, ho donato il midollo osseo, altrimenti non sarei arrivato alla maturità di fare un passo del genere. Qual è il nesso? È che alla prima puntata de I Fatti vostri venne un signore che aveva perso il figlio per una leucemia e la sua storia mi toccò così profondamente da convincermi a fare campagna per un’associazione di donatori di midollo osseo – l’Admo, che all’epoca stava nascendo -, per poi diventarne testimonial e decidere, un giorno, di donare. Mi dissi: «Non si può sensibilizzare senza mettere in gioco se stessi!».

E come andò?

Nel 2000 arrivò la richiesta e donai il midollo. Ho avuto la fortuna di salvare la vita a una ragazza – che poi casualmente ho conosciuto -; anche se anni dopo, purtroppo, tredici per l’esattezza, dovette fare un altro trapianto per via di un’ulteriore forma di leucemia. Cosa che ha affrontato sempre grazie all’Admo, trovando un altro donatore e, ringraziando il Cielo, oggi è viva.

Torniamo a Scommettiamo che…?: perché lo ricorda con piacere?

Perché è il programma più ricco di sfumature adatte a me che io abbia mai fatto. Un programma per conduttori pieni di entusiasmo, di energia, cui piace lo sport. C’era grande creatività negli autori e nei concorrenti che proponevano le scommesse. Puntate che mi sto rivedendo – perché le sto riversando dai miei vecchi Vhs – e con un certo piacere.

Come si giudica a venticinque anni di distanza?

Talvolta ero sopra le righe, avevo magari toni troppo carichi, ma facevano parte dell’entusiasmo dell’età e del contesto.

Una paura prima di affrontare la diretta?

Di essere inadeguato, di non essere all’altezza.

Ancora oggi?

Certo, sempre. Il giorno che vai in uno studio, svogliato, e dici «Vabbè, allora cominciamo», vuol dire che sei morto. Che hai finito di metterti in gioco. Col pilota automatico inserito, per me sei fuori. Finché invece te la fai sotto, soltanto quando è finita una trasmissione – giusto al termine della diretta -, puoi tirare un sospiro di sollievo e dire: «Anche stavolta è fatta». Ma me la devo conquistare quella serenità.

Come intende il suo lavoro?

Come quello di un artigiano dello spettacolo, con momenti di artista come quando ho fatto il doppiaggio di Toy Story o La vedova allegra all’Arena di Verona. In quelle due occasioni, non ho scimmiottato nessuno, non ho fatto il presentatore, ho fatto l’artista Frizzi e me la sono cavata bene. Per altro, sono le uniche critiche buone che ho: quella per La vedova allegra e quella per il doppiaggio di Toy Story.

Come se lo spiega?

Forse, in televisione, i critici sono meno buoni o forse sono io ad essere più attaccabile, perché il nostro è un ruolo particolarmente esposto a giudizi.

A proposito di critiche, La posta del cuore – il programma che l’ha vista in onda la scorsa estate con la sua ex moglie, Rita Dalla Chiesa – non è stato riconfermato. Che effetto fa?

È stato un bellissimo esperimento, un programma di grande qualità umana, che è cosa rara ai nostri tempi. Avrei osato di più sul titolo – perché era un po’ troppo classico – però, forse, saremmo dovuti andare in onda in un altro orario e magari avere l’occasione di riproporlo d’inverno. Ma alle 16.45 c’è La Vita in Diretta e quei temi – l’amore, i rapporti umani – sarebbero stati più difficili da collocare. Giustamente, d’inverno, devi stare sull’attualità. Resta il fatto che siamo stati una squadra capace, adeguata e che Rita è stata bravissima.

C’è stato un conduttore cui si sia ispirato?

Corrado è nel cuore anche perché ho avuto modo di conoscerlo. Un mito. È andato via troppo presto. Mi sarebbe piaciuto poter condividere con lui serate ed esperienze perché, per altro, anche nel privato, era divertentissimo. Gente tosta che ha fatto esperienze di ogni tipo tra radio, doppiaggio e televisione.

A proposito di rapporti significativi, l’ex presidente Napolitano le ha dimostrato molta stima…

C’è stato un bellissimo rapporto con lui, come con Ciampi che ricordo di una cordialità al di là dei protocolli e delle ufficialità. Il presidente Napolitano, con me, negli anni, è stato sempre più carino, più affettuoso – con lui, per altro, ho fatto diverse trasmissioni, compreso il Premio “De Sica” – e devo dire che mi ha sempre testimoniato stima, onorandomi del riconoscimento di Commendatore della Repubblica. Una cosa che è capitata mentre ero in viaggio di ritorno dal Canada, al termine del suo mandato, ed è stato un pensiero quasi commovente di questo uomo che ha dato tanto al nostro Paese, anche se c’è chi è sempre pronto a dire il contrario. Io sono tra quelli che pensano che in un momento difficile, abbia fatto da spina dorsale e ci abbia sorretti.

Negli anni, lei ha fatto anche teatro. Che esperienza è stata?

Bellissima, fortificante, anche da un punto di vista personale, per liberarsi dalla timidezza: un problema che ho sempre avuto. Un’impresa che però comporta tempo e coraggio. Cose che, per carità, non è che mi manchino ma se riesco ad avere un po’ di tempo libero, preferisco veder crescere mia figlia, pensando che poi, quando comincerà ad andare a scuola, si libererà del nuovo spazio e magari lì potrò trovare il modo per inventarmi un mio spettacolo e metterlo in piedi.

Come vive il passare degli anni?

Diciamo che vivo in un perenne contrasto tra l’età che mi sento – intorno ai trenta, trentacinque – e l’età reale. Con la vita che facciamo, straordinariamente bella e appassionante, il tempo vola. Perciò, a 57 anni e mezzo, mi ritrovo un entusiasmo e una lucidità da trentenne, la maturità dei miei anni – che prima comunque non avevo -, però c’ho gli anni. Quindi devo gestire il fisico, devo gestirmi a tavola: insomma, bisogna essere oculati perché la nostra salute è un patrimonio e finché non arriva il gong dall’alto devi saperla conservare.

In tutto ciò, lei è diventato papà da appena due anni. Una paternità in età matura che valore ha?

Un figlio a quest’età ti dà la straordinaria sensazione che tutto riparta. Ti cambia le priorità. Il lavoro resta importante, per carità, essendone poi io innamorato, ma Stella è al primo posto. E mentre i genitori più giovani possono sperare di vivere una vita intera con i loro figli, io ho la certezza che sarà un periodo più corto. Ma se sono bravo e fortunato, mi godrò mia figlia ancora a lungo.

 

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