2009-2019, L’Aquila dieci anni dopo

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Sono passati dieci anni dal sisma delle 3.32 del 6 aprile 2009, e oggi l’Aquila è il cantiere più grande d’Europa. Dal ponte Belvedere, chiuso al traffico delle auto per i danni subiti durante il terremoto, si vede un panorama di tetti e gru, e ogni giorno il rumore dei cantieri scandisce le giornate, per riportare la città nel silenzio all’imbrunire. Nel centro storico la ricostruzione privata procede, mentre quella pubblica stenta ancora a decollare. Nonostante molte strade siano state riaperte e tanti palazzi storici ripristinati, quello che manca oggi sono i residenti.
Non è facile per gli aquilani tornare ad abitare in centro, perché poche attività hanno riaperto, e per la maggior parte di tratta di ristoranti e bar, piuttosto che di servizi per la quotidianità, come alimentari, farmacie, uffici postali. Inoltre la viabilità cambia continuamente con l’evoluzione dei cantieri, e gli abitanti più numerosi oggi nel centro storico sono gli operai che ci lavorano, e che spesso si trasferiscono in città con le famiglie. A L’Aquila nel corso di questi anni si sono sviluppati altri centri periferici, e nuovi luoghi di aggregazione rappresentati dai centri commerciali sorti lungo l’anello stradale che abbraccia la città, in corrispondenza delle “new town”, i quartieri con le casette provvisorie realizzate per dare una soluzione abitativa temporanea alle famiglie rimaste senza casa.
«Al momento sono 86 i piccoli esercenti che hanno avuto il coraggio di riaprire l’attività in centro – spiega Angelo Liberati, vicepresidente di Confcommercio l’Aquila – ma non è facile gestire un negozio con i cantieri aperti, e soprattutto la mancanza di abitanti». Il 21 marzo scorso i commercianti hanno organizzato una piccola manifestazione davanti alle vetrine di Manzi, storico negozio di abbigliamento che ha affisso un cartello con la scritta “noi ci arrendiamo”, proprio a testimoniare le difficoltà della ripresa.
La ricostruzione pubblica non è andata di pari passo con quella privata, per una serie di ragioni, anche di carattere burocratico. Per questo le scuole, ad esempio, si trovano ancora nei Musp, i moduli ad uso scolastico provvisorio, mentre i vecchi edifici in muratura versano ancora quasi tutti in condizioni di abbandono. Proprio pochi giorni fa è stato finalmente approvato dalla Giunta comunale il progetto definitivo per la ricostruzione di Villa Gioia, l’edificio che fino all’aprile del 2009 ospitava la scuola media Mazzini.
Nelle frazioni la situazione è ancora più complicata. Ad Onna, ad esempio, sono ormai tre anni che è stata rimessa a nuovo la chiesa di San Pietro Apostolo, completata nel 2016 grazie a fondi del governo tedesco, finanziatore anche della casa della cultura Casa Onna, che oggi ospita una piccola biblioteca ed uno spazio espositivo. Peccato che queste nuove strutture sembrino letteralmente delle “cattedrali nel deserto”, visto che gran parte del centro abitato, salvo poche case, è ancora un cumulo di macerie e 94 famiglie vivono ancora nelle “casette”.
A Paganica i lavori procedono su diversi edifici, ma la maggior parte delle case sono ancora puntellate, o più spesso crollate e abbandonate.
«Il rischio più grande è quello di perdere il senso di comunità – racconta una maestra di scuola elementare – perché da dieci anni a questa parte gli abitanti sono stati dislocati in luoghi spesso periferici e con poche occasioni di aggregazione. Anche i Progetti Case sono diventati dei quartieri dormitorio, dove la provvisorietà si sta trasformando in una condizione definitiva, con pochissimi servizi di trasporto e ancor meno servizi di prossimità. E non è un caso se anche le iscrizioni a scuola, dopo cinque anni, erano già diminuite di 800 unità. Cosa vuol dire? Che altrettante famiglie hanno scelto di lasciare il territorio.»
La speranza di tutti è quella di riprendere una vita normale: «Appena sono tornata in centro – racconta una residente – mi sono accorta che mi stupivano e commuovevano le cose più banali, come incontrare un amico con il cane al guinzaglio, o trovare una panetteria aperta dove fare tappa la mattina. Ecco, è questa la normalità che stiamo cercando di riconquistare a fatica, quella che vorremmo tenerci quando L’Aquila non avrà più il rumore dei cantieri».

Testo e immagini di Ilaria Romano

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