1968, le Olimpiadi della rivoluzione

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Con le Olimpiadi di Città del Messico, 50 anni fa, anche lo sport ebbe il suo ’68. Un’edizione rivoluzionaria: innovazioni tecniche, tecnologiche e record inaspettati. Simbolo della denuncia pacifica contro il razzismo, si trasformò in un grande esempio di solidarietà. I ricordi di Paola Pigni, pioniera del mezzofondo

In quel 1968 dove tutto sembrava possibile, le Olimpiadi di Città del Messico interpretarono in pieno l’onda del cambiamento che stava attraversando il mondo. Quell’edizione, infatti, ebbe un’enorme connotazione politica, sociale e di rivendicazione dei più elementari diritti come l’uguaglianza tra bianchi e neri, tra uomo e donna. Su tutte, l’immagine simbolo di quell’edizione fu una: i pugni guantati di nero puntati verso il cielo in segno di protesta dei due velocisti afroamericani Smith e Carlos, una scelta che ebbe enormi ripercussioni sulle loro vite e non solo. Lo vedremo alla fine. Le Olimpiadi di Città del Messico furono precedute da numerose polemiche a causa della strage del 2 ottobre nella Piazza delle Tre Culture, dove migliaia di studenti si radunarono per manifestare pacificamente contro il Governo di Gustavo Díaz Ordaz. Una protesta finita nel sangue, con centinaia di morti e migliaia di feriti sui quali spararono polizia ed esercito. I Giochi si tennero comunque, ma il mondo non rimase fuori. «All’esterno c’era la protesta dei cittadini messicani, all’interno quella dei neri afroamericani che chiedevano gli stessi diritti, in un mondo che era razzista», ricorda Paola Pigni, campionessa e pioniera del mezzofondo – tra il gruppo esiguo delle 15 atlete azzurre – che partecipò a quella Olimpiade, giovanissima e alla prima esperienza olimpica.

Quella fu la prima Olimpiade in una città latinoamericana. La scelta della megalopoli messicana suscitò non poche perplessità a causa dei 2.280 metri di altitudine. «Non era tanto una questione di rarefazione dell’aria, ma più che altro di pressione. Chi aveva un apparato cardiocircolatorio non proprio ricco di globuli rossi, rischiava di svenire dopo pochi minuti. Come è accaduto a me e ad altri campioni». L’altitudine avvantaggiò gli atleti dello sprint e dei salti, non le corse lunghe. «Io feci i 400 e gli 800 metri nella staffetta e soffrii moltissimo».

In compenso la XIX edizione dei Giochi olimpici si presentò con importanti novità, anche tecnologiche. «La pista di atletica – ricorda Paola Pigni – venne fatta con un nuovo materiale, il tartan. Prima, invece, si correva su terra rossa, su piste dove in certi punti era più morbido e in altri più duro, tanto che ero costretta a limare i “chiodi” delle suole a seconda della situazione». Con il tartan tutta un’altra storia, sembrava di volare, e con il nuovo materiale sintetico cambiarono anche le scarpette, fu la Puma a sostituire i “chiodi” con delle dentature nelle suole. Mentre nell’aria soffiava il vento della contestazione ed era ancora forte il ricordo della strage di Piazza delle Tre Culture, i Giochi si aprirono con un’altra novità: per la prima volta come ultimo tedoforo a correre i 92 scalini che portavano all’accensione del braciere olimpico fu una donna, la velocista messicana Enriqueta Basilio. Oggi 69enne, in più occasioni ha ricordato quell’esperienza straordinaria: «Mentre in molti mi dicevano che non ce l’avrei fatta, che non potevo reggere alla pressione, io mi allenai tantissimo. E non accesi soltanto il braciere olimpico, ma il cuore di tutte le donne per rivendicare la pari dignità». «In quel gesto – ricorda Paola Pigni – vedevo più l’atleta che la donna. Pensavo a lei, all’onore che dava al suo Paese che l’aveva scelta, e a tutti noi».

 

di Luisella Berti

 

(L’articolo completo è pubblicato su 50&Più del mese di Settembre 2018)

 

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