1968, l’anno in cui tutto era possibile

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1968: cinquant’anni fa i movimenti di rivolta giovanili partiti nelle università, cambiarono il corso della storia e influenzarono l’intera società nei costumi, nell’istruzione, nella produzione culturale e nell’affermazione di nuovi diritti.  Dall’Europa agli Stati Uniti, tutti i Paesi furono attraversati da un’onda di ribellione, per la prima volta globale e locale allo stesso tempo

È passato mezzo secolo dal Sessantotto, anno simbolo di un movimento sociale e politico di protesta, richiesta di diritti civili e trasformazioni che hanno toccato tutti gli ambiti, dall’istruzione al lavoro sino alla produzione culturale. Un’onda che ha tracciato la storia di una generazione, quella dei giovani, e che per la prima volta ha fatto il giro del mondo assumendo tratti globali e locali allo stesso tempo. In Italia prende il via dalle università, nell’autunno del 1967, quando gli studenti occupano gli atenei delle principali città del Centro-Nord. Nella cultura del movimento confluiscono diversi filoni di pensiero critico e di protesta sociale, contro la società dei consumi, l’immobilismo del sistema d’istruzione, il modello patriarcale.

Le stesse istanze si ritrovano in tanti Paesi europei come pure negli Stati Uniti, seppure con specificità diverse. «Questo movimento ha prima di tutto un tratto comune a tutti i Paesi in cui si è sviluppato: l’età fra l’adolescenza e i trent’anni – dice Giuseppe Ortoleva, sociologo delle comunicazioni di massa e autore del Saggio sui movimenti del 1968 in Europa e in America, oggi docente all’Università di Torino – e questo si lega al fatto che fosse in corso non solo una trasformazione profonda dei rapporti fra generazioni, in particolare fra le donne giovani e le loro madri, legata a vari aspetti di cambiamento dei costumi, ma anche perché stava esplodendo una cultura giovanile, fatta di rock, e di una certa ondata cinematografica».

L’influenza dei media è stata importante, quindi?

La televisione è stata determinante. Per le giovani generazioni era una presenza acquisita, mentre per quelle più anziane la tv era arrivata successivamente, ed avevano vissuto con la radio per molti anni. Questo mezzo fornisce per la prima volta una visione del mondo simultanea e globale. Se la radio era un mezzo nazionale affidato alla parola, la tv era un mezzo visivo. Già nel 1966 era stata inaugurata la mondovisione, ad esempio. Insomma c’è un riconoscersi della gioventù internazionale nella musica, nello stile, nel modo di rappresentare il mondo.

Che cosa unisce la cultura del Sessantotto?

Quello che unisce è l’idea di rivolta. Per alcuni c’è l’ideale di rivoluzione nel senso politico del termine, ma anche per chi non teorizza la rivoluzione c’è la volontà di ribellarsi dei figli contro i padri, delle donne contro gli uomini, dei giovani contro i vecchi, dei neri contro i bianchi, della parte umana più impulsiva contro quella più razionale. A questo elemento se ne aggiungono altri: la crisi delle istituzioni educative, per l’avvio dell’istruzione di massa, e perché i modelli dell’università e delle scuole risultavano ancora legati ad un periodo completamente diverso. L’oggetto di rivolta è anche l’istituzione educativa nella sua rigidità, in nome di un’idealistica speranza di mettere sullo stesso piano studenti e insegnanti nel fare insieme il loro lavoro di scoperta e ricerca. Stiamo parlando di una generazione che legge molto, ma soprattutto acquistando in formato tascabile i libri che poi contrappone ai docenti con i loro manuali e la loro educazione autoritaria.

di Ilaria Romano

(L’articolo completo è pubblicato su 50&Più del mese di Aprile 2018)
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